Pubblicato il: 15/08/2026 – 17:01

di Marco Russo

Se da una parte crescono i turisti in Calabria, dall’altra dietro i grandi numeri di un’economia in crescita si cela il volto nascosto del turismo, fatto di lavoro nero, precariato, abusivismo e sfruttamento. Giovani (e non solo) stagionali che nel cercare lavoro, spesso si adeguano a quello che il “mercato” offre: retribuzioni basse e, spesso, senza alcuna regolarizzazione, con orari di lavoro che sfiorano la disumanità. Soprattutto, senza diritti e tutele previste dalla legge, a volte “raggirata” tramite «contratti farlocchi», come part-time fittizi a fronte di orari full, che sfruttano l’inesperienza di chi è alle prime armi con il lavoro o di chi a malapena parla italiano. A pagarne non sono soltanto i lavoratori, ma anche le tante imprese presenti in Calabria a norma, ma penalizzate dalla concorrenza sleale di chi guadagna sulla pelle delle persone.

La Calabria tra le regioni con la più alta incidenza

Che il fenomeno sia strutturale lo confermano i dati ufficiali e le operazioni sul campo. Secondo le ultime rilevazioni Istat, la Calabria registra l’incidenza più alta in Italia per economia non osservata e lavoro irregolare, dove il peso del sommerso sfiora il 19% del valore aggiunto regionale a fronte di una media nazionale dell’11% con il settore della ricettività tra i più colpiti. Le forze dell’ordine, dalla Guardia di Finanza ai Carabinieri, nelle ultime settimane stanno passando al setaccio strutture ricettive, villaggi e lidi, rilasciando quotidianamente un “bollettino” tra sanzioni, lavoratori in nero e carenza di autorizzazioni che portano allo stop dell’attività. Solo due giorni fa le Fiamme gialle hanno trovato 10 lavoratori in nero sulla costa ionica cosentina, mentre nel Vibonese il bilancio di metà anno è tragico: su 16 imprese controllate e 98 lavoratori, in 30 sono stati trovati privi di contratto, altri 13 con contratto irregolare. In pratica, quasi la metà di quelli controllati operavano in nero, privi di tutele e diritti. A pagarne, le soprattutto, le conseguenze sono camerieri, bagnini, dipendenti di strutture ricettive, vittime per lo più di un lavoro “stagionale” e precario.