Frequentavo la scuola media al mio paese, Militello, quando nel 1966 la Rai cominciò a trasmettere il programma musicale “Settevoci”. Fui allora testimone di un singolare fenomeno di costume: nelle domeniche pomeriggio la piazza principale quasi si svuotava per alcune ore. La gente restava in casa, davanti al televisore, per seguire il compaesano Pippo Baudo. Era diventato un vero e proprio rito collettivo, alimentato dall’orgoglio di vedere uno dei nostri conquistare, settimana dopo settimana, il successo nazionale.
Vederlo in tv - dove non perdeva occasione per ricordare, con un pizzico di civetteria, «Sono di Militello» - era per noi molto più che assistere a uno spettacolo. Era come riscattare, almeno per un momento, il senso di marginalità di un piccolo paese dell’entroterra siciliano. Attraverso il successo di uno dei suoi figli più illustri, Militello si prendeva una piccola rivincita sulle tante occasioni perdute e sulle battaglie di retroguardia che sembravano averne segnato il destino. Il forte legame identitario che si creò tra Baudo e la sua comunità si manifestò a partire da quegli anni in poi. Alla domanda: «Di dove sei?», ciascuno di noi rispondeva con naturalezza, e anche con un certo orgoglio: «Di Militello, il paese di Pippo Baudo». Era come se la notorietà di Pippo avesse dato al nostro piccolo centro un’identità immediatamente riconoscibile, trasformandolo da paese poco noto nel luogo natale di uno dei volti più amati della televisione italiana.








