Ranucci e Lavitola si sono scambiati segnali e messaggi in codice durante l’ultima telefonata avvenuta la notte della perquisizione? Ci sono state mezze frasi e allusioni? Questa sembra essere una delle piste su cui si stanno basando gli sviluppi investigativi anche dopo gli elementi forniti da Valter Lavitola durante l’interrogatorio. Un punto su cui gli inquirenti avrebbero insistito per diverso tempo, essendo quello uno degli snodi cruciali dell’inchiesta. Il faccendiere avrebbe poi ammesso anche un altro aspetto: «Ho fornito a Clesio Gomez Tavares l’indirizzo di casa di Ranucci per piazzare la bomba. Non ho mai effettuato alcun sopralluogo. Perché non dovrei ammetterlo?». A fornire la sua versione sul punto potrebbe essere lo stesso camerunense che, come fa sapere al Tg1, ha intenzione di tornare in Italia anche se sa che lo arresterebbero. Sta di fatto che, nonostante il movente fornito al Gip Iole Moricca e al pm Edoardo De Santis non li abbia minimamente convinti (hanno infatti rigettato la richiesta di domiciliari dell’avvocato Sergio Cola), sembra aver comunque fornito elementi utili su cui poter a lavorare per rispondere all’annosa domanda: Sigfrido Ranucci sapeva? E, se sapeva, è stato messo al corrente del piano prima o dopo la sua attuazione? Ora è sempre più chiaro che il nome del conduttore sia stato analizzato sotto più punti di vista, anche se Lavitola non ha del tutto «cantato», anzi. Come sa abilmente fare ha tentato di sparigliare le carte, ma alla Procura di Roma le mezze verità non bastano: per questo il faccendiere è pronto a farsi interrogare di nuovo e non è escluso che a strettissimo giro ciò possa avvenire. Nell’occasione in cui ha confessato di essere l’unico mandante dell’attentato contro l’amico fraterno, come ha spiegato Cola nell’intervista rilasciata sia al Corriere della Sera che al Messaggero «Ranucci potrebbe aver pensato, ma solo in seguito all’attentato, pianificato in autonomia, che si trattava di un progetto dello stesso Lavitola, suo amico». Secondo quanto ci risulta, infatti, avrebbero sottoposto a Lavitola l’intercettazione in cui diceva a Ranucci «me la vedo io» relativamente alla possibilità e volontà del faccendiere di far aumentare il livello della scorta dell’amico. Ma c’è anche un altro nome su cui ci si è concentrati nelle sei ore di interrogatorio: all’ex direttore dell’Avanti sarebbe stato infatti chiesto il motivo per il quale Daniele Autieri, uno dei più stretti collaboratori di Sigfrido Ranucci, lo abbia contattato la sera della perquisizione mandandogli un messaggio su Signal in cui gli diceva che il conduttore lo aveva informato della perquisizione e gli chiedeva se si potessero sentire. Sembrerebbe, infatti, che la motivazione adotta dall’inviato di Report, secondo cui quella conversazione sarebbe avvenuta solo per scopi giornalistici, non convincerebbe chi sta conducendo le indagini. Prima di tutto è avvenuta in un frangente in cui Report si trovava già nella pausa estiva: che servizio avrebbe dovuto quindi realizzare Autieri sulla questione? E, secondo, quel messaggio viene mandato subito prima che Ranucci chiamasse Lavitola e stesse due ore al telefono con lui. Una telefonata che è stata ascoltata grazie al fatto che il faccendiere, in macchina con la compagna, abbia messo il vivavoce: ma il contenuto di cui gli inquirenti sono al corrente è solo parziale, perché a un certo punto Lavitola è sceso dalla macchina. Per dire o fare cosa?