di
Giusi Fasano
Alla madre, arrestata con il compagno con l'accusa di aver provocato la morte della bambina, è stato revocato il permesso di partecipare alle esequie
Beatrice ha salutato questo mondo a piedi scalzi. La fotografia scelta per il suo addio la mostra con i piedini nudi affondati nella terra; addosso ha un vestitino rosa con Minnie, la sua amichetta di Disney, e fra le mani un enorme fiore di zucca. Ieri è arrivata nella sua Bordighera in una bara bianca così minuscola che nemmeno si vedeva, con il portellone chiuso del carro funebre che l’ha accompagnata fino al sagrato della chiesa. Aveva due anni ed era inverno quando se n’è andata — la notte fra l’8 e il 9 febbraio scorso — ma l’autopsia, l’inchiesta, il nulla osta... è stato tutto più complicato del previsto e ci sono voluti più di sei mesi per questo addio celebrato in una giornata di caldo opprimente, con centinaia di sconosciuti venuti a farle un applauso, a portarle un fiore, un bigliettino, una lettera. Perché Beatrice è diventata la sorellina di tutti, qui a Bordighera.
La sua storia nera un dramma collettivo. La piccola quella notte di febbraio morì di botte, fra sporcizia e incuria. La donna che avrebbe dovuto proteggerla — sua madre — non era più la stessa da quando aveva preso a frequentare un uomo violento. Uno che si inalberava per un nonnulla. Droga, alcol, bestemmie, urla, schiaffoni, la testa di Bea sbattuta contro ogni cosa se osava piangere, fare un piccolo capriccio. Angherie di ogni tipo. E invece di sbattergli la porta in faccia e cacciarlo dalla sua vita, la madre di Beatrice seguiva i suoi stessi demoni, spesso abbandonando a casa da sole le altre due bambine, di sette e nove anni. Che hanno provato — loro sì — a salvare la sorellina implorando inutilmente la mamma di intervenire, e che alla fine sono state fondamentali per ricostruire la brutalità subita dalla piccolina.












