La parola d’ordine è “unify”. Leccarsi le ferite, ingoiare il rospo e poi serrare i ranghi. Nella stagione delle primarie di fuoco, che ha messo muso a muso la sinistra radicale e l’ala moderata, è questa l’urgenza che attraversa il partito. Nonostante gli stracci volati in campagna, l’imperativo è lavorare insieme per tentare di scardinare alle midterm di novembre la maggioranza repubblicana al Congresso. Lo invoca l’establishment dei big del partito, lo promette la pattuglia progressista, in stato di grazia.L’esercizio di unità è già in corso, dopo il laboratorio-Michigan dello scorso 4 agosto, dove per un seggio al Senato si sono confrontate due visioni opposte del Partito democratico. Da una parte Haley Stevens, quarantatreenne, deputata da quattro mandati, sostenuta dall’AIPAC, la potentissima lobby pro-Israele, e da oltre sessanta milioni di dollari di spot a suo favore. Dall’altra Abdul El-Sayed, epidemiologo quarantunenne, figlio di immigrati egiziani e musulmano, che ha affrontato la sfida con appena un nono di quella capacità di spesa tv e ha puntato su sanità pubblica, regole più stringenti sui finanziamenti alla politica, tasse più alte per i ricchi, opposizione alla guerra in Iran e taglio degli aiuti militari incondizionati a Israele.La sua vittoria (per meno di un punto percentuale) in uno degli “swing state” che decideranno il futuro politico del Paese, rilancia un dilemma per i democratici. La sinistra radicale sta ricostruendo il rapporto con gli elettori popolari perduti negli ultimi anni, oppure rischia di rosicare ancora di più la coalizione necessaria per battere i repubblicani alle elezioni di metà mandato e poi alle presidenziali del 2028?La spinta progressista, è chiaro, non arriva più soltanto da New York, dove resta forte l’entusiasmo per la vittoria di Zohran Mamdani sull’ex governatore Andrew Cuomo. Anche Seattle ha scelto una sindaca di sinistra, l’attivista Katie Wilson. In New Jersey Adam Hamawy si è aggiudicato la nomination democratica per la Camera; a Washington DC Janeese Lewis George ha vinto le primarie e punta a diventare prima cittadina; in Colorado la ventinovenne Melat Kiros, nata in Etiopia, ha scalzato una deputata in carica da quasi trent’anni. E in Wisconsin Francesca Hong arriva favorita alla primaria per il governatorato.«La sinistra sta guadagnando terreno», dice netto a l’Espresso Michael Kazin, tra i maggiori studiosi di populismo Usa e Partito democratico. «Il processo è in corso dalla prima candidatura di Bernie Sanders alla presidenza nel 2016, fino al grande successo di Alexandria Ocasio-Cortez nel 2018». Oggi il Congressional Progressive Caucus conta un centinaio di membri. «I Democratic Socialists of America hanno costruito una vera organizzazione dentro il Partito». Secondo un sondaggio CNN/SSRS, un terzo dei democratici e degli indipendenti vicini al partito si definisce “democratic socialist”, tra essi il 59% ha meno di 45 anni.Ocasio-Cortez, icona del movimento e possibile candidata presidenziale nel 2028, legge l’onda anche come un fenomeno generazionale. «C’è forte malcontento a sinistra, soprattutto tra i giovani, che risale almeno all’era Obama e riguarda economia e sanità. La forza della sinistra è intercettare l’insoddisfazione e offrire un’alternativa», conferma Kazin. «I centristi, come (i capigruppo) Chuck Schumer e Hakeem Jeffries, vorrebbero tornare al partito della normalità. Ma non basta. Trump ha vinto due volte promettendo qualcosa di diverso e il successo di Sanders nel 2016 e nel 2020 mostra che c’è domanda per un’alternativa più radicale. Per questo credo che il prossimo candidato presidenziale sarà molto diverso da Biden o Harris».Il limite, finora, è la scarsa presa fuori dalle roccaforti blu. Secondo i calcoli del New York Times, i progressisti hanno vinto meno del 20% delle primarie nei collegi aperti in cui i Democratici sono favoriti o competitivi a novembre e annaspano nei battleground decisivi per il Congresso. In Missouri, per esempio, Cori Bush (ex deputata, già membro della Squad) ha perso di 22 punti contro il moderato Wesley Bell. Michigan e Wisconsin, che Trump ha portato a casa due volte, nel 2016 e nel 2024, saranno il vero test, ragiona l’esperto.Determinante l’esperimento newyorkese. «Mamdani deve dimostrare che i progressisti sanno governare la città più grande del Paese. Finora se l’è cavata bene e sta risolvendo problemi concreti. È questo che gli americani chiedono, più dell’ideologia. Se ci riuscirà, il fattore paura si attenuerà». A giugno, secondo Siena, il 58% degli elettori di New York City aveva un’opinione favorevole.Nel noto saggio “What It Took to Win”, Kazin mostra come storicamente i Democratici abbiano vinto costruendo ampie coalizioni attorno a riforme economiche concrete. La strada per tornare maggioranza, anche oggi, passa dal “capitalismo morale”, una socialdemocrazia americana costruita attorno alla classe lavoratrice. È quello per cui spinge Abdul El-Sayed, musulmano e magnetico come Mamdani. Oratore brillante, non si definisce comunista, come lo bolla Trump, né socialista, ma condivide gran parte dell’agenda DSA. Secondo il New York Times, per i supporter è la sintesi tra Obama e Sanders. Ma ha fragilità evidenti. Ha faticato con l’elettorato nero (Stevens ha ottenuto un vantaggio di otto punti nelle contee con più alta percentuale afroamericana) e dovrà superare le diffidenze della comunità ebraica. Si troverà davanti, poi, lo scafato repubblicano Mike Rogers. Non pochi pensano che Stevens sarebbe stata più competitiva contro il pupillo di Trump.È il dubbio di Will Marshall, fondatore del Progressive Policy Institute, pensatoio della “Third Way” che accompagnò la vittoria di Bill Clinton nel ’92. «È quasi un cliché dire che la sinistra stia per conquistare il Partito», ci dice quando lo raggiungiamo. La crescita è reale ma limitata, precisa. Attecchisce soprattutto tra giovani, istruiti, professionisti e relativamente benestanti. «I socialisti democratici faticano proprio tra gli elettori che il partito deve riportare dalla sua parte: working class, neri e ispanici senza laurea. Scegliere candidati deboli con questi gruppi complica la rimonta». Minoranze e comunità afroamericana restano una questione aperta. Anche a New York Mamdani ha zoppicato in primaria nelle aree a maggioranza nera.Ma per Marshall il problema è più ampio e riguarda il distacco dei Democratici dagli elettori meno istruiti. «Clinton conquistò la working class. Dopo di lui il sostegno dei non laureati si è eroso. Abbiamo perso soprattutto i bianchi della classe lavoratrice, passati ai repubblicani già dagli anni ‘70 e ‘80 e poi a Trump nel 2016 e nel 2024». Sulle cause il dibattito resta aperto: «Per alcuni pesano neoliberismo, deindustrializzazione, globalizzazione; per altri anche la dimensione culturale, dall’immigrazione a certi atteggiamenti del mondo accademico percepiti come ostili alla storia e alle istituzioni americane». Un’onta per chi rivendica il legame con le classi popolari. «È straniante vedere i repubblicani, un tempo partito dei ricchi, della plutocrazia, diventare oggi il partito della gente», si rammarica. Nel 2024 i Democratici si sono fermati al 48%. Ora devono riprendersi Camera e Senato a novembre, poi la Casa Bianca nel 2028. Ma la strada è in salita anche sul fronte finanziario. Il Democratic National Committee presieduto da Ken Martin è in rosso di 2,2 milioni, mentre i repubblicani hanno in cassa oltre 128 milioni. E proprio mentre una parte dell’elettorato trumpiano comincia a mostrare segni di insofferenza, Will Marshall, che si definisce pragmatico, teme che l’onda progressista possa complicare la rimonta negli swing state. «Io voglio vincere. E se vuoi vincere non puoi permetterti di assecondare la tua frangia più radicale».
Negli Stati Uniti l’unione fa la forza (democratica)
I progressisti avanzano, i moderati resistono, l’ala radicale conquista terreno. Ma per battere Trump e riprendersi gli Stati in bilico il partito deve ricucire













