Arrivava all’intervista con una lattina di birra, jeans striminziti e camicia aperta sul petto, i capelli da “mi sono appena alzato da letto”, anelli e braccialetti tintinnanti. L’aria spavalda, da ribaldo. Allegro, battuta pronta, ciondolante, rideva della sua follia e, tra un’imprecazione e l’altra, rispondeva a qualsiasi domanda. Colin Farrell era il terrore degli addetti stampa. La gioia dell’intervistatore. Ricordo la prima volta, era il 2003, quando lo intervistai per La regola del sospetto, uno spy-thriller con Al Pacino. «Me la sono fatta addosso la prima volta sul set con Pacino…»: fu l’esordio della nostra conversazione. Da allora – e sono passati più di 23 anni – l’ho incontrato almeno una ventina di volte e il ragazzo è cresciuto, ha affinato le sue tecniche attoriali, ha sempre avuto talento da vendere, imparando a giostrarsi tra giornalisti e addetti di marketing, ma è rimasto di fatto quella persona dall’aria naif e diretta che si confida senza remore.

Lo rivedo ora in occasione della seconda stagione della serie tv Sugar (su Apple Tv) dove riprende i panni dell’investigatore John Sugar, un extraterrestre inviato sulla terra per osservare l’umanità e stilarne un rapporto. Farrell ha compiuto 50 anni a maggio, si occupa dei suoi due figli James, di 22 anni (affetto dalla sindrome di Angelman, una rara malattia neurologica), e Henry di 16; e anche della sua omonima fondazione filantropica, che aiuta i ragazzi con disabilità intellettive.