Marco Campione

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Bastava una frase. Giuseppe Conte ha detto che il nodo Ucraina “lo scioglieremo con le primarie, faremo decidere agli italiani”, e nel giro di ventiquattr’ore il campo largo è passato dalla foto dell’unità alla resa dei conti. Elly Schlein ha replicato che “non funziona così, prima il programma condiviso e poi le primarie”. La stessa linea che Stefano Bonaccini aveva sostenuto a metà luglio su La7, liquidando le primarie come un esercizio per scegliere chi è più bello. Quello che sta succedendo in queste ore non è un incidente. È il prodotto, prevedibile, della linea “testardamente unitaria” che Schlein ha scelto come bussola per la sua leadership. Testarda, forse lei lo è stata. Ma la linea evidentemente non era così unitaria. Tenere insieme cose che non stanno insieme non è unità: è rinviare la scelta. Il rinvio, quando riguarda la collocazione internazionale del Paese, prima o poi presenta il conto. E il conto è arrivato adesso, tutto insieme.

Il punto politico, del resto, è tutto interno alla maggioranza che sostiene Schlein. Aver coperto per mesi la frattura sulla politica estera con il mantra del “prima il programma” non l’ha sanata: l’ha lasciata lavorare fino a farla esplodere. A insorgere non è la destra di governo, è il suo stesso partito: Filippo Sensi ha bollato Conte come “il Vannacci del campo largo”; Giorgio Gori ha ricordato che il sostegno a Kyiv e la sicurezza europea “non sono negoziabili”; Lia Quartapelle ha invitato a prendere atto che qualcuno la coalizione la vuole rompere davvero. Quando è la tua stessa maggioranza a fibrillare così, nel cul de sac non ti ci ha messo Conte: ti ci sei infilata da sola. E serve a poco andare a pranzo a Campo de’ Fiori per chiarirsi se poi ti alzi da tavola con le stesse posizioni di prima. Fino a quando si potrà rimandare nel nome dell’unità? Se dopo l’incidente parlamentare del 14 luglio si fosse votato, con quale programma e quale leadership si sarebbe presentato il centrosinistra?