Nel dibattito sulla desiderabilità dell’immigrazione un argomento spesso ventilato è che saranno gli immigrati a salvare le nostre casse pubbliche e il nostro scalcinato sistema pensionistico. In termini generali i migranti che lavorano (anche in nero) contribuiscono al PIL di una nazione, in Italia per il 9%. Ma il loro impatto sulla popolazione di cittadini esistenti è positivo solo se il bilancio netto tra quanto contribuiscono alla collettività (non i loro redditi) e quanto richiedono in spesa pubblica è positivo.
Milton Friedman spiegava già negli anni ‘70 come le migrazioni contemporanee sono del tutto diverse da quelle fino a inizio novecento. In passato, in assenza di welfare state, l’unica ragione per migrare era sperare che col proprio lavoro si sarebbe prodotto abbastanza per sé stessi e la propria famiglia. Oggi invece, entrando in un Paese si diventa titolari di una serie di diritti e di servizi anche se non si produce niente. In altri termini si gode di un reddito reale, in termini di welfare, sanità ed istruzione, pagato dalla collettività nazionale. Mentre la immigrazione pre-bellica quindi era un win-win per residenti e migranti, quella attuale può generare una perdita per i residenti, se i migranti non producono risorse pubbliche a sufficienza per finanziare i loro servizi.








