La lunga battaglia tra Donald Trump e l’Università di Harvard segna un primo punto fermo a favore dell’ateneo. Un giudice federale ha infatti respinto la causa per antisemitismo presentata dall’amministrazione americana, stabilendo che il governo non ha fornito elementi sufficienti per sostenere che Harvard abbia violato le leggi federali sui diritti civili degli studenti ebrei. Nella sentenza, il giudice Richard Stearns ha affermato che il ricorso depositato lo scorso marzo – e annunciato a febbraio dall’inquilino della Casa Bianca – non dimostra in modo plausibile una discriminazione sistematica tale da giustificare l’intervento richiesto dalla Casa Bianca. La decisione rappresenta un duro colpo per Trump, che aveva fatto della stretta sulle università considerate ostili alla sua agenda uno dei temi centrali del secondo mandato. Tanto che la prestigiosa università si era vista tagliare i fondi federali lo scorso maggio.
Una guerra iniziata mesi fa
Lo scontro era esploso quando l’amministrazione Trump aveva accusato Harvard di tollerare un clima antisemita sul campus, soprattutto dopo le proteste filopalestinesi seguite alla guerra in Medio Oriente. Da allora il presidente aveva progressivamente alzato il livello dello scontro, congelando 2,2 miliardi di dollari di finanziamenti federali e comunicando all’università che non avrebbe avuto accesso a nuove sovvenzioni finché non avesse accettato una profonda revisione della governance, delle politiche disciplinari, dei criteri di assunzione e dei programmi dedicati a diversità e inclusione, bollati come espressione della cultura “woke”. Harvard aveva risposto impugnando i provvedimenti del governo davanti ai tribunali, trasformando il confronto politico in una complessa battaglia legale e facendo causa al presidente per il veto imposto agli studenti stranieri.










