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Diciannove anni fa, a Garlasco, in provincia di Pavia, veniva uccisa Chiara Poggi. Il delitto, avvenuto nella villetta dove la 26enne viveva con i suoi genitori e il fratello, scosse profondamente l’opinione pubblica per la sua inspiegabile brutalità ed efferatezza. La vicenda giudiziaria, dopo ben cinque gradi di giudizio, si concluse con la condanna in via definitiva a 16 anni di carcere dell’allora fidanzato della giovane, Alberto Stasi. Un caso chiuso o, almeno, così era sembrato, fino a quando, lo scorso febbraio, la Procura di Pavia ha avviato una nuova inchiesta, iscrivendo nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, il fratello di Chiara, con l’accusa di omicidio volontario pluriaggravato. Secondo gli investigatori, a carico del 39enne ci sarebbero alcuni elementi ritenuti di significativo valore indiziario, tra cui una traccia di DNA rilevata sui margini ungueali della vittima. Sul reperto si è concentrata la perizia della genetista Denise Albani, nominata dal GIP del Tribunale di Pavia nell’ambito dell’incidente probatorio dello scorso novembre. Secondo quanto emerge dall’analisi, la traccia presenterebbe una corrispondenza parziale con la linea paterna di Sempio. Un dato che, pur non essendo individualizzante, continua a dividere gli esperti: per alcuni potrebbe essere riconducibile a un “contatto diretto” tra Chiara e l’indagato; per altri, invece, potrebbe trattarsi di un dna da “trasferimento”, vale a dire una traccia arrivata sotto le unghie attraverso il contatto con una superficie o un oggetto, dal momento che il 39enne all’epoca frequentava la villetta di via Pascoli.