Martedì il parlamento di Beirut ha abolito la pena di morte. Su 128 deputati ha votato contro solo il blocco di Hezbollah, il movimento sciita filo-iraniano che da decenni ha creato uno Stato nello Statodi Giovanni Longonigiovedì 13 agosto 20262' di letturaMartedì il parlamento di Beirut ha abolito la pena di morte. Su 128 deputati ha votato contro solo il blocco di Hezbollah, il movimento sciita filo-iraniano che da decenni ha creato uno Stato nello Stato, con un proprio arsenale militare autonomo. Il Libano, ad ogni buon conto, è oggi con il piccolo Gibuti l’unico Paese arabo ad aver smantellato il patibolo. È una decisione che potrebbe non cambiare una virgola nella realtà mediorientale - a parte per quegli 85 prigionieri la cui pena sarà commutata in ergastolo - ma è un passo che ci ricorda come Israele, sola democrazia liberale in Medio Oriente, non sia l’unica eccezione nella regione più insanguinata del pianeta. Il Libano, pur tra mille fragilità, rappresenta un’altra eccezione, meno appariscente eppure reale.È un Paese dove convivono diciotto confessioni religiose, dove la componente cristiana - maronita in primis, ma anche greco-ortodossa, greco-cattolica, armena - resta un pilastro identitario, culturale e istituzionale del sistema politico, sancito dal patto nazionale del 1943. Frammenti di società civile che mantengono legami solidi con la Francia, gli Usa, il Vaticano e più in generale con l’Occidente. Questa componente cristiana, insieme a settori laici e riformisti della società sunnita e drusa, è parte di quel tessuto civile che da anni chiede riforme, trasparenza, giustizia indipendente dalle logiche settarie. Ed è questa la cosa che conta davvero: la volontà di rifiutare la logica della rivoluzione islamica o della «resistenza armata». Una volontà più importante della decisione stessa.C’è infatti una bella differenza fra la pena di morte comminata da un tribunale della prima e più grande democrazia al mondo, gli Stati Uniti, e il boia usato come strumento di repressione in Iran o in Cina. Anche Israele ha sempre previsto la pena capitale (Eichmann); si è pentito di averla (Meir Tobianski, fucilato in base a false accuse di tradimento); e ora tornerà a usarla contro i terroristi. Alla Knesset la legge è passata per 62 voti a 48 ma il sostegno popolare è innegabile: è la conseguenza di vicende come quelle di Yahya Sinwar, collezionista di ergastoli, scarcerato da Israele per ottenere la libertà di alcuni ostaggi. Una volta in libertà, il capo terrorista di Hamas a Gaza ha organizzato l’attacco del 7 ottobre. Non è la sete di vendetta a muovere la maggioranza degli israeliani ma la fredda osservazione della realtà del terrorismo.Perciò la speranza che arriva da Beirut non è, come sembra pensare Kaja Kallas (“ministra degli esteri” della UE), che il club dei «buoni» si stia allargando ma che almeno un Paese arabo voglia costruire uno Stato di diritto. In Russia la pena c’è ma è stata congelata dalla Corte Costituzionale. In trent’anni non c’è stata nemmeno una esecuzione capitale. Benissimo: andate a dirlo a Alexej Navalny, Anna Politkovskaya, Alexander Litvinenko, Sergei Yushenkov, Boris Berezovsky, Boris Nemtsov, Yevgeny Prigozhin...