Le esalazioni non hanno fatto distinzioni: hanno ucciso prima l’operaio che si trovava all’impianto, poi l’uomo arrivato per salvarlo. È il bilancio della tragedia consumata al depuratore di San Vito Lo Capo, nel Trapanese, a pochi passi da una delle spiagge più affollate d’Italia nel pieno della settimana di Ferragosto.

Secondo le prime ricostruzioni, il lavoratore si è sentito male investito dai gas sprigionati dall’impianto; quando i sanitari del 118 sono intervenuti, uno degli operatori ha iniziato a praticargli il massaggio cardiaco ed è morto a sua volta, colpito dalle stesse esalazioni. “I gas tossici uccidono così: senza ustioni, senza nulla. E molto dipende dal tipo di gas”, spiega Fabio De Iaco, direttore della Medicina d’urgenza dell’ospedale Maria Vittoria di Torino.

Il rischio riguarda tutti i lavori in cui si formano gas di fermentazione o atmosfere povere di ossigeno: depuratori, cisterne, silos, pozzetti, vasche di liquami, locali interrati. Il principale indiziato, in casi come questo, è l’idrogeno solforato, che si sviluppa dalla decomposizione dei liquami: a basse concentrazioni ha il caratteristico odore di uova marce, ma a concentrazioni elevate paralizza il nervo olfattivo e diventa impercettibile. Ed è più pesante dell’aria: ristagna sul fondo di vasche e ambienti chiusi, esattamente dove si lavora.