Nel 2020, mentre gli ospedali fronteggiano l’emergenza Covid, Nella scopre di avere un tumore alla cervice uterina già in fase avanzata. Ha 51 anni ed è medico trasfusionista all’Umberto I di Enna, ma da anni non si sottopone né a un Pap test né a una visita ginecologica approfondita: il lavoro e la malattia della madre hanno progressivamente occupato ogni spazio, spingendola a rimandare la cura di sé.

“Si dice che i medici siano spesso i peggiori pazienti, e nel mio caso è stato così”, racconta all'HuffPost. “Conoscevo perfettamente l'importanza della prevenzione, ma per anni ho messo davanti il lavoro e la cura di mia madre. Pensavo sempre che avrei fatto il controllo più avanti. Quando è arrivata la diagnosi, la situazione era già molto seria”.

Nella affronta un intervento e un percorso di chemioterapia e radioterapia nel servizio sanitario pubblico, spostandosi fino a Catania per curarsi. Oggi ha 57 anni e, dal punto di vista clinico, sta bene. La sua storia racconta però un meccanismo comune a molte donne: sapere che i controlli sono importanti non basta sempre a farli.

In Sicilia aderisce allo screening organizzato per la cervice uterina il 27,8 per cento delle donne invitate; per il mammografico la quota sale al 28,9 per cento, comunque in entrambi i casi si tratta del secondo valore più basso d'Italia. Includendo anche le mammografie eseguite fuori dai programmi organizzati, quasi quattro siciliane su dieci tra i 50 e i 69 anni non fanno comunque l'esame nei tempi raccomandati.