Ho partecipato un paio di giorni fa all’accensione “in rosa” dell’ospedale Isola Tiberina di Roma, ora Gemelli Isola. L’occasione, promossa dalla dottoressa Patrizia Frittelli, era rilanciare come ogni anno la cruciale importanza della prevenzione nel tumore al seno: analisi precoci salvano la vita.

Era anche l’occasione per ricordare Umberto Veronesi a cento anni dalla nascita (ricorrono fra poco, il 28 novembre) e c’erano, in sala, insieme a molti dei più importanti clinici italiani, il figlio Paolo e alcuni dei suoi principali collaboratori: il patologo Giuseppe Viale, colonna della ricerca, il più giovane Daniele Piacentini, ora in forza al Gemelli.

Come sempre, sono le storie delle persone quelle che arrivano al cuore e parlano alla mente. Non i numeri, i dati, le slide: le storie. Ho ascoltato racconti memorabili. Ne parlerò. Comincio dalle parole di Piacentini, che descrivono mi pare in maniera folgorante in cosa consistesse (anche) la formidabile capacità di Veronesi di galvanizzare chi lavorava con lui.

«Sono entrato nello staff del professore che avevo 28 anni — ha raccontato — ero uno stagista, prendevo 500mila lire al mese. Quando eravamo insieme, a discutere di problemi o progetti, avevo la sensazione che per lui il mondo fuori non esistesse. Era totalmente focalizzato su di me, in assoluto ascolto. Alla fine dell’incontro sorrideva sempre, quel sorriso segnalava il congedo e il mondo tornava».