Difficilmente Roberto Vannacci, con il suo partito Futuro Nazionale, vincerà le elezioni comunali di primavera in cui i milanesi saranno chiamati a indicare il successore di Beppe Sala come sindaco. Ma «il generale», già addetto militare a Mosca, una partita, l’ha già vinta, almeno sul piano simbolico: quella per associare sempre più strettamente la figura del militare, e in particolare del generale, a una certa idea della destra italiana.
Il tempismo è curioso.
Nei giorni scorsi Gianni Alemanno, che ha aderito a Futuro Nazionale assieme al suo Movimento Indipendenza, aveva definito la Brigata paracadutisti Folgore dell’Esercito la «quintessenza» della destra italiana. Pochi giorni dopo il generale Carmine Masiello, capo di Stato maggiore dell’Esercito, gli aveva replicato senza nominarlo: «Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno. Noi siamo la quintessenza della Patria, siamo la quintessenza dei valori della Costituzione». La Patria, aveva aggiunto Masiello secondo quanto riportato da Adnkronos, «non è un concetto politico, non è un concetto partitico, non è un concetto ideologico».
Poi è arrivata la scelta di Vannacci per Milano: Carmelo Burgio, generale dei carabinieri, già comandante del Battaglione paracadutisti e con una lunga carriera nell’Arma. Il leader di Futuro Nazionale lo ha presentato esplicitamente come «uomo delle istituzioni», legando la sua scelta alla sicurezza e arrivando a parlare di «rastrellare» il quartiere periferico di Rogoredo. Burgio, intervistato dal Giorno, ha dovuto prima spiegare perché lui, di Anzio, sarebbe il giusto candidato per Milano, ma anche provare a disinnescare il tema dei «rastrellamenti» – «Un sindaco che si mette contro il prefetto non va bene», ha detto – che però è stato poco dopo rilanciato dallo stesso Vannacci impegnato a una battaglia ideologica a favore di parole come «rastrellamento» e «camerata».










