Un rover a quattro ruote costruito in Italia e destinato a una prossima missione sulla Luna ha marciato con comando a distanza sulle pendici dell’Etna. Non è la prima volta e capiterà ancora di vedere questi veicoli semoventi viaggiare sulle alture del celebre vulcano siciliano. Il rover - e il test effettuato a fine luglio - è stato finanziato e coordinato dall’Agenzia Spaziale Italiana per un programma internazionale guidato dalla Thales Alenia Space: la sua sigla è proprio “Etna” (acronimo di “Exploration Technology for Navigation & Autonomy”) ed è un nuovo passo in avanti nello sviluppo delle tecnologie per l’esplorazione del nostro satellite in vista del Programma Artemis e del ritorno degli esseri umani, anche come colonizzatori. Ma perché questi test si svolgono sull’Etna? Per capirne la logica bisogna tornare un po’ indietro nel tempo: già diversi anni fa, Eugene Cernan, comandante dell’Apollo 17, nel 1972, spiegò come la polvere lunare sia estremamente abrasiva, perché, non essendoci atmosfera, le particelle di cui è formata restano intatte. L’Etna, da questo punto di vista, possiede un ambiente simil-lunare. Le sue colate laviche, i depositi di materiale vulcanico e i forti dislivelli rappresentano un banco di prova ideale per verificare come un veicolo si muove su superfici difficili. I rover, d’altra parte, hanno una lunga storia: il primo veicolo spaziale semovente, e comandato da Terra sulla Luna, è stato il Lunokhod 1, inviato sulla Luna dall’ex Unione Sovietica come risposta, per quanto parziale, ai successi statunitensi del Programma Apollo. Dotato di otto ruote motrici, veniva guidato da cinque persone tramite un joystick: scese nel Mare Imbrium il 17 novembre 1970, mentre il secondo operò nel gennaio 1973. Marciarono per una decina di chilometri, per quasi un anno, e per un po’ sembrarono imporre una supremazia russa proprio nel settore dei rover automatizzati. Nello stesso periodo, però, nel 1971 e 1972, la Nasa inviava con gli astronauti delle missioni Apollo 15, 16 e 17 una “jeep” lunare: era il “Lunar Roving Vehicle”, grande come un’utilitaria, funzionante a batterie, e pilotata grazie a una cloche. «Era magnifica - mi disse in un’intervista Cernan - e con la gravità di un sesto rispetto a quella terrestre era persino divertente farla marciare, ovviamente a non più di 16 chilometri orari. Abituati ai test sulla Terra, i sobbalzi erano pazzeschi e, non a caso, ruppi anche un parafango…». Ma la Luna, dopo quegli anni epici, verrà abbandonata e gli obiettivi si spostarono su Marte. Così, nuove generazioni di rover a ruote, dapprima di piccola taglia e ora grandi come un Suv, sono stati via via spediti sul Pianeta Rosso. E prima che la Luna tornasse di moda per agenzie pubbliche e compagnie private ci ha pensato la Cina a inviarne tre sulla Luna: uno di questi (l’unico) nel lato nascosto del nostro satellite. E ora che la Luna è di nuovo al centro delle strategie spaziali globali si sta trasformando in una realtà più che promettente: come piattaforma operativa, per testare tecnologie, per esplorare risorse e per prepararsi alla futura esplorazione umana di Marte. Le attività extraveicolari, cioè le “passeggiate” sulla superficie, espongono gli astronauti a micrometeoriti, temperature estreme, radiazioni. Ecco perché si punta ai futuri rover lunari: sempre più simili a “camper”, sono habitat mobili su ruote, in grado di espandere drasticamente la libertà di movimento, oltre che la produttività scientifica e l’efficienza logistica. La Nasa ha firmato un accordo con il Giappone per lo sviluppo congiunto del “Lunar Cruiser”, progettato dall’agenzia Jaxa e dalla Toyota per ospitare due astronauti per 30 giorni nella regione del Polo Sud lunare: il veicolo dovrebbe essere impiegato a partire dalla missione Artemis 7, con una vita operativa prevista di circa 10 anni. Intanto l’Europa, attraverso l’Esa, sta studiando approcci modulari e riconfigurabili per un rover abitabile. La Cina ha annunciato il rover pressurizzato “Tansuo”, che sarà utilizzato in combinazione con il lander “Lanyue” e la capsula “Mengzhou”, mentre l’India ha approvato il progetto “Chandrayaan-5”, che include un rover abitabile di nuova generazione. Quanto all’Italia, il progetto di punta è costituito dal “Multi-Purpose Habitat” a cura dell’Asi, sviluppato da Thales Alenia Space Italia nell’ambito degli accordi Artemis. Progettato non solo come base fissa, ma anche con capacità di lenta mobilità, può essere riposizionato per evitare condizioni ambientali avverse oppure ottimizzare le attività scientifiche. Sarà inoltre in grado di operare con e senza equipaggio, garantendo la continuità operativa per almeno un decennio. Il contratto preliminare è già stato firmato (con Altec coinvolta nelle operazioni di controllo dalla Terra) e il lancio è previsto per il 2032. Le sfide tecnologiche sono molte, ma l’obiettivo è chiaro: fare della Luna la prossima colonia.
Dall’Etna alla Luna, è l’ora dei rover
Veicoli sempre più sofisticati e abitabili. Non solo per esplorare ma per colonizzare. Una sfida che coinvolge tutte le potenze: Usa ed Europa, Cina e India







