In mezzo alla mischia dei 5.000 metri che hanno imbottigliato Battocletti, fino a che lei non ha trovato la via di fuga per l’oro, è partito il tam tam del dissenso. Spettatori disorientati davanti a riprese che a tratti hanno tagliato il filo della corsa per non compromettere le linee guida del rispetto. Per gli Europei di atletica, la Ebu, broadcaster che gestisce i diritti dell’evento, ha distribuito indicazioni per le riprese. Un vademecum di 23 pagine in cui sono segnalate inquadrature consone e angolazioni sconsigliate. Non sono regole, ma un quadro operativo che, alla prima attuazione, mescola ancora necessarie sensibilità a fissazioni. I dubbi sono inevitabili. Incroci fastidiosi: è l’occhio della telecamera a indugiare su dettagli inutili o quello di chi guarda a cercare il primo piano fuori di contesto? In qualche caso, pure per rilanciare il fermo immagine ingrandito via social, abitudine sempre più diffusa.
Per capire a che punto siamo, si va dietro le quinte, in regia, a sentire chi di competizioni ne ha filmate centinaia e ora confronta l’esperienza con i suggerimenti ricevuti. Giorgio Galli è un esperto di riprese, firma la messa in scena della Champions League e le produzioni Mediaset. Occhio allenato alla sensibilità che si è aggiornata in diverse direzioni. C’era lui a coordinare le immagini della partita in cui Bove, il giocatore della Fiorentina, ha avuto un attacco di cuore e sa esattamente quando staccare e come addomesticare la curiosità, mantenere privati i particolari visti e non diffusi, «non si può ma a prescindere sarebbe solo indecenza senza nessuna verità da condividere». Non è lo stesso tema, però è la stessa attenzione che ora si vuole portare sullo sport femminile: «Non so se servisse elencare dei fare e non fare. Non si può essere eccessivi, mi è capitato di mandare in onda partite di volley e mostrare la chiamata dello schema, non significa concedersi primi piani sui sederi. Un taglio più largo consente la stessa informazione. Però nel salto in alto, per dire, si dovrebbe essere liberi di scegliere la prospettiva». Galli cita un «teppismo dello sguardo» che è poi il vero problema. Se la malizia sta in chi osserva, allora nessun decalogo di comportamento può correggere la morbosità. È qui che il dibattito si mescola al lamento per i divieti obbligati che spezzano l’agonismo. Pierluigi Bonelli, regista Rai, di recente si è occupato anche di atletica giovanile ed è perplesso: «Non parlerei neanche di uomo o donna, piuttosto di atleta e vorrei adattare la visione al gesto tecnico più che a diktat esterni. Sottolineare la necessità di rispetto va sempre bene, ma inseguire il malato che poi si piazza davanti alla tv per fare il guardone enfatizza solo quel punto di vista. Ho studiato le vignette esplicative dell’Ebu e lì si considera una sequenza frame dopo frame, la gara invece ha una dinamica fluida. In più sono state coinvolte pochissime protagoniste per la base di indagine e solo tv britanniche per lo studio. Poco per chiedere adesione globale. La discussione va allargata». Intanto si allarga il campo ed è anche questa una forma di politica. Popi Montoli, di Sky, apprezza il tentativo: «Mi chiedo sempre che informazione sto dando allo spettatore e se la risposta è nessuna c’è un errore, magari non è voyeurismo ma solo cattiva interpretazione. Trovo intelligente il ragionamento sul replay, lo slow motion fissa l’attenzione dello sguardo. Se lo uso sui passi è sport, su un dettaglio anatomico è altro. Però non confondiamo la sensibilità editoriale con una grammatica proibitiva. Pure una certa fisicità estrema può essere parte dello spettacolo». Il corpo dell’atleta è parte del mestiere, i campioni non hanno la regia delle loro stesse imprese e non la vogliono. Da quei confusi 5.000, molto criticati per l’alternativa di primi piani e proposte quasi sempre di fronte, Nadia Battocletti è uscita vincitrice e indifferente alla fruizione: «Mai avuto fastidi o imbarazzi nel rivedere le sfide, credo sia diverso per le colleghe dei salti. Suggerirei allo spettatore approcci salutari e non ci si pensa più». Si attendono le linee guida per chi sta dall’altra parte della tv.
















