Nei mesi di luglio e agosto sono stati presentati il Rapporto dell’Ufficio studi Confcommercio e quello di Cer-Confesercenti, che hanno analizzato lo stato di salute degli esercizi commerciali italiani, con alcuni approfondimenti su Sicilia e i relativi capoluoghi. Anzitutto, viene sfatato un pregiudizio duro a morire, ossia quello per cui il Commercio costituisce un settore marginale e improduttivo. In trent’anni, il prodotto per addetto del comparto è cresciuto di oltre il 61 per cento contro l’8,7 dell’intera economia e dal 2018 al 2025 il fatturato del dettaglio è salito del 25,7 per cento, sopra un’inflazione ferma al 22,1.Come si concilia, allora, questa vitalità dei commercianti con le numerose vetrine spente o botteghe in affitto che ognuno di noi vede passeggiando per la propria città? La risposta sta in una formula che merita di essere meditata, perché si tratta di un consolidamento al ribasso. In altri termini, mentre il fatturato è complessivamente cresciuto, i punti vendita sono scesi da 666mila a 570mila, con una perdita del 14,4 per cento, cui corrisponde un calo di addetti di appena l’1,8, sicché ogni negozio superstite è più grande, più strutturato e più produttivo di prima. Il Commercio non muore, ma si concentra. A morire, quindi, è il rapporto capillare tra negozio e territorio, che è poi ciò che interessa a chi vive la città.Dentro l’aggregato, la selezione rivela le nuove gerarchie del consumo. Vincono i discount, con un fatturato più che raddoppiato in sette anni, così come vincono le farmacie e vince l’e-commerce. Perdono gli ipermercati, in ritirata come già accade in Francia, e perdono soprattutto gli ambulanti, che lasciano sul campo il 27,3 per cento delle unità, assieme ai piccoli negozi ad alto contenuto relazionale, dalle edicole alle librerie fino all’abbigliamento. Dietro la selezione dei formati c’è però la trasformazione della domanda, con consumi pro-capite ancora inferiori ai livelli del 2007, una popolazione scesa di 1,4 milioni dal 2014 e ormai due anziani per ogni bambino. Il negozio di prossimità non chiude soltanto per colpa di Amazon, ma perché attorno ad esso si è rarefatta la domanda.Le tabelle regionali del rapporto Confcommercio restituiscono della Sicilia un’immagine meno cupa della vulgata, purché la si legga con qualche cautela. Tra il 2018 e il 2023 l’Isola ha perso il 6,9 per cento delle unità locali del commercio, meno dell’Italia e dello stesso Mezzogiorno, conservando una densità di 11 esercizi ogni mille abitanti superiore alla media nazionale. Gli addetti sono addirittura cresciuti del 4,3 per cento a fronte di un’Italia immobile, e nel commercio specializzato l’incremento siciliano del 5 per cento risulta il più alto del Paese.Le ragioni di questa apparente tenuta, però, vengono elencate senza molta indulgenza e riguardano la scarsità di lavoro dipendente, che costringe all’auto-imprenditorialità e alla nano-impresa; il funzionamento di incentivi come il “Resto al Sud” e la Zes, che sostengono la natalità di micro-attività commerciali; e una modernizzazione rimasta incompiuta. Vi si aggiunge un’avvertenza che costituisce il cuore dell’intero ragionamento, ossia che la resilienza meridionale potrebbe essere un ritardo, tanto che al Sud il numero di negozi rischierebbe presto di scendere addirittura più velocemente che al Nord.Le stesse tabelle raccontano poi di una Sicilia in piena mutazione, con gli ipermercati che perdono quasi tre quarti degli addetti e i piccoli alimentari che invece resistono, perché a fronte di un’Italia che ne perde l’11,2 per cento la Sicilia ne cede appena il 2,8 e ne aumenta gli addetti dell’11,4, ossia l’incremento più robusto del Paese. La bottega di vicinato, nell’Isola, non è insomma folklore, ma infrastruttura sociale per una popolazione anziana e poco motorizzata, e insieme ammortizzatore per chi il lavoro dipendente non lo trova.Dalle stime di Cer-Confesercenti si ricavano, inoltre, due elementi che pesano sul commercio siciliano e dell’area dello Stretto. Il primo è l’inflazione, che quest’anno colpisce con più forza proprio dove i redditi sono più bassi. Reggio Calabria registra l’aumento dei prezzi più alto d’Italia con il 4,3 per cento, mentre Palermo, al 3,2, figura tra i capoluoghi più cari. Per famiglie che hanno consumi ancora inferiori a quelli del 2007, tre punti di carovita sono domanda sottratta ai negozi e spiegano buona parte della corsa siciliana verso i discount.
Come Messina può resistere all’inverno demografico
I Report sul settore commerciale in Sicilia e in riva allo Stretto. La città peloritana ha visto spegnersi le insegne di 623 vetrine, ma c’è una strada per il rilancio: il Distretto urbano del Commercio






