Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiPer anni si è discusso di come nel capitalismo moderno le relazioni siano un capitale. Conoscere le persone giuste, frequentare i luoghi giusti, sedere nei consigli giusti: il network è stato una qualità da esibire perfino nel proprio curriculum. Poi arrivano i file Epstein, e qualche cosa incomincia ad incrinarsi.

Dopotutto, siamo sicuri che nelle reti circolino soltanto informazioni e buoni affari? Una recente ricerca ha analizzato oltre 1,3 milioni di documenti del Dipartimento di Giustizia americano, individuando quasi mille amministratori di società quotate con contatti frequenti con Jeffrey Epstein. Una vicinanza "costosa", dato che quando alcuni di questi legami diventano pubblicamente visibili, le società dell’S&P 500 coinvolte perdono in media il 3,7% in tre sedute. Fin qui, nulla di sorprendente: il mercato detesta gli scandali. Il punto interessante viene dopo. Epstein non appare semplicemente come l’amico impresentabile di qualche miliardario. Emerge come un nodo di una rete enorme. Inserendo i suoi collegamenti, la rete dei board analizzata dai ricercatori diventa infatti quasi otto volte più densa. Ma soprattutto le aziende che presentavo una maggiore esposizione a consiglieri frequentemente in contatto con Epstein, registrano più episodi di cattiva condotta. Un amministratore “Epstein-connesso” in più è infatti associato a 1,57 incidenti aggiuntivi l’anno, tra governance, dipendenti e altre controversie. E il segnale ricompare nelle azioni regolamentari, nelle cause giudiziarie e nei risarcimenti per comportamenti scorretti.