ROMA. La rete di Jeffrey Epstein non aveva come unico obiettivo quello di reclutare donne, anche giovanissime, per allietare le serate del finanziere americano e compiacere i potenti e facoltosi ospiti delle sue ville. Dietro c’era anche un’intensa attività di lobbying, tentativi di influenzare decisioni politiche e sentenze giudiziarie, portate avanti grazie alla collaborazione di esponenti di primo piano del governo israeliano e agenti segreti del Mossad. In particolare, come ricostruisce Report nella puntata in onda domenica sera su Rai3, tra i contatti di Epstein c’era un altro ex capo di governo, oltre ai già noti Donald Trump e Bill Clinton: si tratta di Ehud Barak, ex primo ministro israeliano ed ex capo del servizio segreto militare di Tel Aviv, anche tra i fondatori dell’ormai famosa azienda Paragon, fornitrice del software di spionaggio usato anche in Italia.
Come risulta in uno scambio di mail, rivelato dalla trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, la rete israeliana legata a Epstein e Barak in persona hanno agito in diverse occasioni anche in Italia, provando a influenzare l’esito di uno dei maxiprocessi più rilevanti degli ultimi vent’anni, quello relativo al disastro ambientale dell’Eternit. Con Barak che si è messo a disposizione di Stephan Schmidheiny, proprietario dell’azienda svizzera e principale imputato nella lunga vicenda giudiziaria, divisa in più procedimenti ancora in corso. Pende, ad esempio, un ricorso in Cassazione, dopo la condanna a nove anni e mezzo di carcere per omicidio colposo plurimo aggravato, pronunciata lo scorso aprile dalla Corte d’Assise d’Appello di Torino. L’imprenditore è accusato di non aver previsto le misure di sicurezza necessarie a evitare che i lavoratori della sua fabbrica di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, (e gli abitanti delle zone limitrofe) si ammalassero di mesotelioma, una forma incurabile di tumore al polmone.






