I buoni fruttiferi postali risalgono al 1924. La rete degli sportelli delle Poste un secolo fa era ben più capillare di quella delle banche. Logico quindi che diventasse un canale per raccogliere il piccolo risparmio. Da allora molto è cambiato, in più fasi e soprattutto negli ultimi decenni. La stessa espressione “risparmio postale” è poco chiara. Un tempo individuava buoni e libretti postali, ma ora le Poste piazzano allo sportello prodotti del risparmio gestito alla stregua delle banche. Collocano fondi pensione, piani individuali pensionistici (pip), polizze vita, ugualmente studiati per raschiare più soldi possibile ai clienti con commissioni, provvigioni, spese, caricamenti. Buoni e libretti della Posta sono visti, da quanti li conoscono e li apprezzano, come un porto sicuro per farvi approdare i propri risparmi. Molti ne ignorano l’esistenza, soprattutto fra i giovani. Altri giudicano miseri i loro rendimenti, per cui magari puntano sui bitcoin o altre cripto-valute.I primi non hanno torto. È vero che i buoni fruttiferi rendono a scadenza regolarmente meno dei titoli di Stato di durata simile: il confronto diretto è coi Btp. Ma in compenso incorporano la garanzia di potersi riprendere qualunque giorno quanto versato senza rischi di flessioni e tanto meno di crolli del prezzo. Questa è la loro principale peculiarità positiva, che non offre nessun altro impiego tranne i conti correnti e i conti deposito o libretti non vincolati. Resta il rischio di perdite in potere d’acquisto, perché il capitale è garantito in termini monetari e non reali. Al riguardo c’è però una soluzione sempre fra i prodotti della Cassa Depositi e Prestiti, il vero emittente dei buoni e libretti detti postali, perché la Posta si limita a venderli e rimborsarli. Si tratta dei buoni fruttiferi decennali indicizzati all’inflazione italiana, non sempre disponibili ma adesso sì. Imposte a parte, garantiscono il rimborso dell’investimento rivalutato quanto l’inflazione italiana, salvo per i primi diciotto mesi. Essi si possono considerare l’investimento più sicuro per un risparmiatore che viva e consumi in Italia, piccolo o grande che sia.Con tutto ciò non è mica detto che i buoni postali si possano sottoscrivere a occhi chiusi perché vanno tutti bene. Alcune tipologie più o meno recenti hanno qualche difetto. In particolare uno. Cioè il fatto che non diano nulla o molto poco, se non si tengono per un periodo di tempo più o meno lungo. È il caso dei libretti Smart, Supersmart, Premium: i nomi cambiano nel tempo ma la sostanza è che il tasso allettante pubblicizzato si ottiene solo mantenendo l’investimento per un anno o altra durata prefissata. Disinvestendo prima, gli interessi si annullano o comunque precipitano verso lo zero.Ci sono poi anche i buoni postali denominati 3x4, 4x3, 4x4 da tenere almeno per un triennio o un quadriennio, a seconda dei casi, per ottenere interessi. Riscattandoli anche soltanto un giorno prima, si riceve indietro solo la somma versata. Le esigenze future sono incerte, per cui è molto dubbio che convenga vincolare la redditività della somma investita al rigido rispetto della scadenza. Discorso un po’ diverso, ma analogo, per il buono Soluzione Futuro. Al compimento del 65esimo anno di età, esso viene rivalutato quanto l’inflazione dalla sottoscrizione a quella data. Qui il punto non sono gli interessi ma la rivalutazione. Se l’inflazione riparte quando uno ha 60 anni, deve aspettarne comunque 5 perché non vada persa tutta la rivalutazione. È vero che un Btp-i, titolo del Tesoro parimenti indicizzato ai prezzi dell’Eurozona, può flettere di valore e il buono postale no. Ma in compenso segue l’andamento dell’inflazione giorno dopo giorno, non la recupera solo tutt’insieme in un attimo alla scadenza.
Non tutti i buoni rendono allo stesso modo
Nati nel 1924, i fruttiferi postali restano uno strumento sicuro ma bisogna fare alcune distinzioni: una guida pratica tra vincoli, rendimenti e le insidie dei







