In Salento, una famiglia ha deciso di citare a giudizio Poste Italiane spa. La controversia ruota attorno a sedici buoni postali da dieci milioni di vecchie lire ciascuno, nascosti per oltre vent’anni in un mobile, e che ritrovati potrebbero causare un effetto domino. Il fulcro della disputa è delicato: quei buoni non riporterebbero alcuna indicazione chiara sulla serie, sulla durata e sulla data di scadenza, elementi fondamentali per sapere entro quando richiederne il rimborso.
Poste Italiane ha negato per questo il rimborso sostenendo che i titoli, emessi tra il 2000 e il 2001, risulterebbero ormai prescritti. Una posizione netta, contestata dagli eredi: senza le informazioni obbligatorie riportate sui buoni - è l’assunto sostenuto dai loro legali - non si può far decorrere alcuna prescrizione, perché i risparmiatori non erano stati messi in condizione di conoscerne i termini.
La cifra in ballo non è marginale: tra capitale investito, interessi, rivalutazioni e accessori, la somma richiesta sfiora i 200 mila euro. La prima udienza è fissata per gennaio 2026 davanti al giudice civile di Lecce. Ma la vera posta in gioco riguarda la trasparenza dei prodotti di risparmio. Secondo i legali degli eredi, Poste Italiane avrebbe violato i doveri informativi già previsti dalla normativa dell’epoca in cui furono sottoscritti, consegnando buoni incompleti e privi delle indicazioni essenziali. Una mancanza che non sarebbe un dettaglio tecnico, ma una falla che potrebbe annullare l’intero meccanismo della prescrizione. “Il risparmiatore deve poter capire dal titolo stesso quando e come esercitare il proprio diritto” commenta l’avvocato Giovanni Chiffi che sta seguendo il caso per conto della famiglia salentina.






