Nel 1990, sull’American Economic Review, Robert Lucas pubblicò un articolo di sei pagine con un titolo che era già una provocazione: Why Doesn’t Capital Flow from Rich to Poor Countries? Perché il capitale non scorre dai Paesi ricchi a quelli poveri? La domanda nasceva dalla teoria neoclassica, la stessa che tutti abbiamo studiato. Se il capitale ha rendimenti marginali decrescenti, allora dove il capitale è abbondante rende poco e dove è scarso rende molto. Lucas fece il calcolo con i parametri standard e ottenne un numero assurdo: il rendimento del capitale in India, a fine anni Ottanta, avrebbe dovuto essere circa cinquantotto volte quello degli Stati Uniti. Se fosse stato vero, l’intero capitale del mondo sarebbe dovuto emigrare verso i Paesi poveri nel giro di una notte.
Non successe. Non è mai successo. E il divario tra ciò che la teoria prescrive e ciò che il mondo fa è passato alla storia come paradosso di Lucas.
Oggi il paradosso ha un indirizzo preciso: l’Africa. Il continente ospita circa il 18% della popolazione mondiale, produce meno del 3% del PIL globale e attrae, secondo l’UNCTAD, una quota di investimenti diretti esteri stabilmente inferiore al 5% del totale, concentrata per giunta nei Paesi ricchi di materie prime. Nel primo semestre del 2025 i flussi verso l’Africa sono addirittura crollati del 42%, mentre restavano stabili nel resto del mondo in via di sviluppo. Un continente con un miliardo e mezzo di persone, un’età mediana di diciannove anni, un’urbanizzazione che procede a ritmi mai visti e infrastrutture da costruire ovunque — cioè, sulla carta, la più grande opportunità di investimento del secolo — riceve meno capitale estero della sola Irlanda in alcuni anni.







