Le storie che ha raccontato per una vita erano spesso quelle più difficili da avvicinare: delitti, mafie, poteri opachi, biografie criminali e memorie scomode della Sicilia. Con la morte di Angelo Vecchio, scomparso a 77 anni, il giornalismo perde un cronista che aveva scelto di stare lì, nel punto in cui la notizia smette di essere superficie e diventa chiave per leggere un territorio.

La notizia è arrivata nel modo in cui spesso arrivano le perdite che contano davvero: senza clamore, ma con un peso immediato per chi conosce il mestiere dell’informazione e la sua parte più dura. Angelo Vecchio, giornalista professionista di Licata, è morto a 77 anni. Con lui se ne va una firma che per decenni ha attraversato la cronaca siciliana, soprattutto quella più esposta, più scomoda, più vicina ai nervi scoperti dell’isola: la cronaca nera, i delitti, le trame mafiose, le biografie dei boss e degli uomini che a quel sistema si sono opposti.

Non è soltanto la scomparsa di un autore prolifico o di un professionista stimato. È l’uscita di scena di uno di quei cronisti che hanno costruito la propria identità sul campo, quando raccontare la Sicilia significava spesso misurarsi con la violenza, con i silenzi, con le convenienze e con il rischio di semplificare una realtà che semplice non è mai stata. Nel suo percorso, Vecchio ha lavorato per testate siciliane e nazionali, oltre che per agenzie di stampa, muovendosi fra redazioni diverse ma restando riconoscibile per un asse preciso: raccontare i fatti, ricostruire i contesti, tenere insieme notizia e memoria.