«Non ho mai lavorato in vita mia e non intendo iniziare adesso». Carcere di San Vittore, 2011. Patrizia Reggiani è detenuta da quattordici anni, dopo l’arresto il 31 gennaio del 1997 con l’accusa di essere la mandante dell’omicidio del suo marito, Maurizio Gucci, l’erede designato del celeberrimo brand italiano della moda. In cella, la signora di Vignola, venticinque chilometri a sud di Modena, si comporta benissimo. Così la direzione dell’istituto penitenziario le propone la semilibertà. Le mattine fuori a lavorare, poi il ritorno nel penitenziario. Lei rifiuta, declina l’invito, considera una fatica insopportabile avere un impiego. Lì, da reclusa, dice di stare bene. Dopo la scarcerazione nel 2016, per buona condotta, scontati diciannove dei ventisei anni di condanna definitiva, racconterà: «A San Vittore mi sono trovata benissimo. Sono stati anni di pace: dormivo, mi lavavo e scendevo giù in giardino, avevo un trattamento speciale».

Questo spaccato di Lady Gucci, la Vedova nera come venne ribattezzata, classe 1948, basta a caratterizzare una donna che non è mai uscita dalle cronache italiane. L’ultima volta nei giorni scorsi, per via di un malore mentre era in vacanza a Riccione. Di sicuro, nella vita di Reggiani c’è un prima e un dopo. Un prima che inizia nel 1970, quando la donna conosce Gucci a una festa a Milano; un dopo che prende avvio nel 1995 quando il 17 marzo, verso le 8,30 del mattino, lui arriva nel suo nuovo ufficio di via Palestro, sempre nel capoluogo lombardo. Lo raggiungono quattro colpi di arma da fuoco. Due alla schiena, uno al gluteo e il quarto alla tempia sinistra. Gucci muore all’istante. L’assassino sale in macchina e scappa. Gli inquirenti scopriranno poi che a uccidere il capitano d’azienda è stato Benedetto Ceraulo, su richiesta di Reggiani. Lui l’esecutore materiale, lei la mandante. Tre, due uomini e una donna, i complici.