Il dottor Giovanni Di Giacomo, storico medico degli Internazionali d’Italia, analizza i problemi al ginocchio di Jannik Sinner, il forfait a Cincinnati e la gestione dei sovraccarichi fisici tra genetica, prevenzione e US Open.

Jannik Sinner e la gestione di un corpo spinto sempre al massimo: i recenti problemi al ginocchio del campione azzurro, che lo hanno costretto a rinunciare a Cincinnati, e le conseguenti scelte di programmazione in vista degli US Open hanno riacceso il dibattito sui ritmi del tennis moderno. Ma come si gestiscono gli infortuni e i fastidi di un numero uno al mondo? E fino a che punto la genetica influisce sulla tenuta fisica di un campione?

Per analizzare la situazione dell'azzurro e fare luce sulle dinamiche che regolano il fisico dei top player, ci siamo rivolti a un'autorità indiscussa della medicina sportiva internazionale: il dottor Giovanni Di Giacomo. Specialista di fama mondiale, per oltre trent'anni medico di riferimento degli Internazionali BNL d'Italia e delle ATP Finals, e anche custode dei "segreti" fisici dei più grandi interpreti della racchetta, il luminare mette a disposizione dei lettori di Fanpage la sua immensa esperienza sul campo per spiegarci, tra anatomia, genetica e prevenzione, perché neanche campioni straordinari come Sinner possono sottrarsi alle leggi della biologia. Dottore che idea si è fatto della gestione di Sinner, si è parlato di un problema di sovraccarico al ginocchio. "Se così dovesse essere meglio ovviamente giocare a Cincinnati. Poi Jannik è seguito da un'équipe eccezionale di medici, io li conosco personalmente. Visti anche i risultati che ha avuto il ragazzo in poco tempo, in pochi anni, si vede che è stato sempre molto ben gestito dal punto di vista medico. Quindi sono sicuro che le decisioni che prendono siano le più opportune. È chiaro che, purtroppo, delle volte la decisione non è per la cosa migliore, ma per il minor danno. Spesso, quando gestiamo questi atleti, nell'immaginario popolare vengano considerati infallibili. Sono i campioni. E quando l'atleta passa appunto da atleta a campione, nell'immaginario collettivo si pensa che questo non sia umano. E invece è proprio lì l'errore".