"E si ricordi che Dio è vivo!" Sulla soglia di quegli ottant’anni in arrivo domani, Beppe Carletti abbozza un mezzo sorriso nel ricordare il rimprovero dello spettatore agrigentino che aveva un po’ frainteso il testo di uno dei capisaldi della collaborazione Nomadi-Guccini. "Evidentemente si trattava un super credente a cui un titolo come Dio è morto non andava proprio giù" racconta lui, nato a Novi di Modena il 12 agosto 1946 ed entrato nell’empireo Nomadi nel ’63 dopo averne gettate le basi col (breve) prologo de I Monelli. "Alla prima tappa del Cantagiro ‘67, in quel di Catania, per via di quel brano ci tirarono addirittura delle pietre sul palco. Ma per fortuna si trattava solo di sassolini, altrimenti non avremmo potuto continuare. Per un paradosso tipicamente italiano, la Radio Vaticana ci trasmetteva, mentre la Rai no; scrivemmo pure una lettera all’azienda chiedendone i motivi, ma senza risposta. Una censura che, ad essere sinceri, non ci toccava molto, perché venivamo dalle balere e sapevamo che, al limite, saremmo tornati ad esibirci lì".
Già nel giugno ’66, però, col successo di Come potete giudicar avevate capito allo stadio di Biella di non essere più solo un gruppo da dancing. "Prima di salire sul palco, ci sporgemmo dal lato del palco e la scena delle 10-20 mila persone in attesa che lo spettacolo iniziasse ce l’ho ancora davanti agli occhi. Non avevamo mai visto qualcosa del genere".












