Tra gli alberi del parco della Certosa, a Collegno, si intravede una tenda. È piccola, quasi nascosta. Dentro si scorge il codino marrone di Emanuela e, accanto a lei, il suo cane. È qui che vive da mesi, rimasta in uno spazio vuoto tra problemi che i servizi riescono ad affrontare separatamente, ma molto più difficilmente quando si sommano: la violenza subita, la dipendenza e la mancanza di una casa. «Voglio che si continui a parlare delle donne maltrattate e che si torni a parlare anche dei problemi di dipendenza. Voglio che si sappia che non sono l'unica». La scelta di Emanuela: «Ora mi resta solo il mio cane» Emanuela affronta le stagioni riparata solo da pochi millimetri di tessuto verde. «Avevo un lavoro, avevo una casa. Ora mi resta solo il mio cane». È con lui che ha scelto di restare, anche quando quella scelta ha reso più difficile trovare una sistemazione. «Potrei andare dai miei, lo ammetto, ma dovrei abbandonare il mio cane e non posso. È stato l'unico che mi ha dato la forza di sopravvivere quando mi picchiavano. E comunque perché dovrebbe meritare meno dignità di me?». Se lo domanda mentre stringe forte a sé quel guinzaglio che le dà coraggio e protezione. Tra dipendenza e violenze dell'ex compagno La sua storia comincia molto prima della tenda. «Sono andata via di casa a 16 anni. Ero una testa calda, poi ho conosciuto un ragazzo più grande e mi sono trasferita da lui». È arrivata la dipendenza e poi la relazione con l'uomo che, racconta, per anni l'ha maltrattata. «Con il mio ex era solo botte e sostanze: o mi drogavo con lui o le botte». L’ospedale e la condanna dell’ex a 6 anni Racconta di essere finita più volte in ospedale mentre lui veniva portato in questura. «Tornava a casa prima lui di me. Così mi sono trovata per strada». L'uomo è stato condannato e, racconta Emanuela, «Sta scontando sei anni per le violenze». Ma «aspetto ancora i soldi del risarcimento come donna maltrattata». Quattro anni in strada, ma sempre a Collegno Da allora, dice, è iniziato un percorso fatto di strada, dormitori e servizi. «È dal 2023 che alterno strada e dormitorio». Ora è a Collegno, dove dice di sentirsi più lontana dalle situazioni che potrebbero farla ricadere nella dipendenza. «Per me il punto fondamentale è che mi sembra ci sia la ghettizzazione delle difficoltà sociali. Molti degli spazi in cui sarei stata accolta erano in zone di pieno spaccio, preferisco stare in tenda che ricadere nella tentazione della dipendenza». La tenda comprata con i pochi soldi: «È stata una conquista» La tenda l'ha comprata con i pochi soldi che aveva. «Non li ho spesi in sostanze: li ho usati per la tenda e per mangiare. È stata una conquista». Poi, mentre parla, comincia a piovere. «È la prima notte in cui mi han fatto chiudere la tenda, come faccio?». L'avvocata Chiara Telesa e il percorso contro la violenza A seguirla c'è l'avvocata Chiara Telesa, conosciuta attraverso il servizio familiare che da tempo seguiva Emanuela. È specializzata nella difesa di vittime di violenza collabora con associazioni a tutelano le donne e le indirizzano a percorsi di autonomia. «Ci occupiamo di diritto di famiglia, abusi e vittime di violenza». Telesa ha seguito Emanuela nei tre gradi di giudizio relativi alla vicenda con l'ex compagno violento. La difficile situazione di chi è vittima di violenza e droga Secondo l'avvocata, una delle difficoltà più profonde nasce dalla sovrapposizione tra violenza, dipendenza e mancanza di una casa. «Per quanto ne ho contezza, i centri per donne vittime di violenza non accettano donne con dipendenze perché le strutture non sarebbero attrezzate per gestirle anche sotto il profilo della messa in sicurezza». I dormitori incubo «Ci sono dormitori che fanno paura». La soluzione, secondo lei, sarebbe «una struttura che non sia un luogo dove parcheggiare le persone, ma dove seguirle, garantendo anche un minimo di riservatezza e un percorso individuale». «Nonostante si sappia che soggiogare una donna attraverso le sostanze può essere più facile, non ci sono percorsi ad hoc» sostiene l'avvocata, raccontando di avere seguito diverse donne con problemi di dipendenza. La ricerca di un impiego e una stanza: «Voglio lavorare» Emanuela racconta di essere seguita dall'Asl e di cercare oggi un lavoro e una stanza. «Voglio lavorare». Ha lavorato nelle mense e nelle Rsa e ha frequentato un corso come operatrice di supporto. «Mi piacerebbe aiutare chi sta ancora affrontando un percorso per uscire dalle dipendenze». La domanda per la casa popolare e l'attesa fino al 2027 Ha presentato una domanda per la casa popolare. «Devo aspettare la risposta nel 2027». Nel frattempo prova a mettere insieme i servizi, l'aiuto dei genitori e i contatti con il Comune. «I miei mi seguono, mi danno da mangiare. Ma sono io a dover cercare la mia strada». Il Drop-in di Collegno, punto di riferimento per Emanuela Un'altra realtà a cui Emanuela deve molto è il Drop-in di Collegno, un servizio a bassa soglia rivolto alle persone con problemi di dipendenza, che offre ascolto, orientamento e interventi di riduzione del danno, rappresentando per chi lo frequenta anche un punto di riferimento umano oltre che sanitario e sociale. «Vorrei solo un posto dove appoggiare la testa» Nel frattempo resta la strada. E una domanda che Emanuela ripete in forme diverse: «Io voglio solo un posto dove appoggiare la testa e da lì ripartire».
La donna che vive nella tenda alla Certosa di Collegno: “Avevo lavoro e casa, ora ho solo il cane”
Vittima di violenza e con un passato di dipendenza, Emanuela è finita in un vuoto del sistema di aiuto: «Voglio che si sappia che non sono l’unica»






