L’ordine alla fine arrivò: Enrico Mattei non doveva tornare vivo da quel viaggio in Sicilia. Così, quel 27 ottobre 1962, sull’aereo che da Catania tornava a Milano salirono assieme al presidente dell’Eni, al pilota e a un giornalista americano, 150 grammi di tritolo. Pochi, ma sufficienti se innescati durante la delicata fase dell’atterraggio. Così di quello che gli americani chiamavano “l’italiano più potente dai tempi di Giulio Cesare” non rimasero che alcuni macabri lembi, anneriti dalle fiamme, nella campagna vicino Pavia. Per molti si trattò di una fine annunciata, anche se le indagini ufficiali – abilmente depistate per decenni? - avvalorarono la tesi dell’incidente.
Ma chi diede quell’ordine? Perché assassinare Enrico Mattei se la Democrazia cristiana aveva già deciso di estrometterlo dall’Eni? Perché eliminarlo proprio quando il fondatore dell’ENI aveva deposto l’ascia di guerra con le “sette sorelle”, le grandi compagnie che controllavano il mercato petrolifero dopo la Seconda guerra mondiale?
Nel saggio Lampi sull’Eni (Feltrinelli editore, 2026, Euro 21, 85, pp. 400. Anche Ebook) il giornalista Giuseppe Oddo e il magistrato Vincenzo Calia rispondono a queste domande grazie a un imponente lavoro d’archivio e al riesame delle carte giudiziarie. Punto di partenza della loro indagine, naturalmente, è l’azione di Mattei, personaggio scomodo a molti. Gli americani lo definiscono, come detto, “l'italiano più potente dai tempi di Giulio Cesare”, e lo detestano perché si mette spesso di traverso ai loro interessi petroliferi, ma nello stesso tempo ammirano il suo attivismo, la sua spregiudicatezza, la sua abilità di manager. In Italia, al di là dei sorrisi di facciata, molti lo considerano troppo potente e, soprattutto, indipendente per un Paese come il nostro, da sempre basato sugli equilibrismi tra i diversi poteri - politica, industria, finanza, Chiesa - pronti a spartirsi la torta nazionale.






