Non erano le Sette Sorelle. E la Cia forse, ma fino a un certo punto. Le responsabilità della morte di Enrico Mattei sarebbero da ricercare molto più vicino. Tra i grandi misteri italiani, nessun altro intreccia così tanti piani come il caso Mattei. La politica interna, i grandi scenari internazionali, gli equilibri della guerra fredda e del processo di decolonizzazione, l’energia, l’economia e la crescita del Paese e gli interessi delle grandi multinazionali. “Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei”, scritto a quattro mani da Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo per Feltrinelli (collana Scintille, giugno 2026), non è l’ennesima ricostruzione della morte del fondatore dell’Eni, ma un tentativo di riscrivere, con una solida base documentale, la mappa dei responsabili di una delle vicende ancora più opache della storia repubblicana. Arrivando agli interessi francesi in Algeria e al doloroso processo di decolonizzazione del paese nordafricano. Un po’ di contesto: Vincenzo Calia è il magistrato che, da sostituto procuratore a Pavia, riaprì negli anni novanta l’inchiesta sulla sciagura di Bascapè, arrivando a stabilire giudizialmente che il Morane-Saulnier di Mattei fu abbattuto da un ordigno; Giuseppe Oddo è giornalista economico, già autore con Andrea Greco de ”Lo Stato parallelo” e con Riccardo Antoniani de “L’Italia nel petrolio”, volumi che avevano già scavato nel rapporto tra Mattei, il suo successore Eugenio Cefis e i poteri occulti della Prima Repubblica. Calia e Oddo spostano il baricentro geopolitico della vicenda. Se la vulgata classica ha sempre indicato le Sette Sorelle e la Cia come mandanti naturali, i due autori costruiscono un’ipotesi diversa: la convergenza tra ambienti oltranzisti francesi legati all’Oas (Organisation armée secrète) e ai servizi segreti d’oltralpe (lo Sdece e Jacques Foccart, il famigerato Monsieur Afrique di De Gaulle), spaventati dall’appoggio di Mattei al Fronte di liberazione nazionale algerino e ai progetti di sfruttamento del gas sahariano, e settori dello schieramento interno italiano – apparati di sicurezza più fedeli alla Nato che allo Stato, ambienti industriali e la futura loggia P2 – interessati a liberarsi di un presidente dell’Eni giudicato pericoloso per gli equilibri atlantici. A sostegno di questo spostamento, i due autori portano una serie di elementi: il ruolo di reduci dell’Oas rifugiati in Italia con la protezione dei servizi, i legami tra il generale Giovanni Allavena e la Cia e la ricostruzione del ruolo di Cefis nella nascita della Loggia P2. Elementi di per sé non nuovi, ma riletti in questa chiave portano una nuova luce nella vicenda. A uscire ridimensionata, con argomenti solidi, è l’ipotesi di un coinvolgimento diretto di Cosa nostra nell’esecuzione materiale dell’attentato, smontando le dichiarazioni ambigue di Buscetta. Mentre assume rilievo il parallelo, già suggerito da Pasolini in “Petrolio”, tra la fine di Mattei e la morte di Dag Hammarskjöld, letta come un’altra “morte annunciata” legata agli interessi minerari in Katanga. Anche l’omicidio del giornalista Mauro De Mauro, rapito a Palermo mentre indagava sugli ultimi giorni di Mattei, viene riletto in una nuova chiave. Quella del ruolo dei vertici dei servizi vicini a Cefis nei depistaggi investigativi. E la scomparsa di prove chiave, come il nastro di un colloquio tra il cronista e il procuratore Scaglione, anch’egli poi assassinato. Difficilmente basterà questo a diradare la nebbia che da ben 64 anni avvolge il disastro di Bascapè, dove Mattei perse la vita. Chiarito giudizialmente che non fu un incidente, tesi che ancora negli anni ’90 trovò tra i suoi sostenitori un accalorato Indro Montanelli (e in realtà la pista seguita dal grande giornalista non era altro che l’ennesimo depistaggio) le domande sui responsabili sono ancora lì. Ma la nebbia che le circonda, 64 anni dopo, può almeno diradarsi.