A Gaza la musica non è mai stata una priorità in una città impegnata ogni giorno a sopravvivere. Prima dell'ultima guerra, nonostante tutto, si poteva ancora parlare di una scena musicale fragile: piccoli concerti nei centri culturali, iniziative individuali per insegnare ai bambini e una sede del Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said che teneva insieme un mondo sonoro modesto, ma reale. Con lo scoppio dell'ultima guerra la sede del Conservatorio Edward Said di Gaza è stata colpita direttamente da un bombardamento: le sale prova sono diventate macerie e gli strumenti schegge di legno e metallo contorto. Con la distruzione dell'edificio, la storia avrebbe potuto concludersi lì. È accaduto invece il contrario: il conservatorio ha perso le sue mura, ma non la sua idea. Dopo mesi di bombardamenti e sfollamenti, il nome del conservatorio è riemerso in un luogo completamente diverso: una tenda sulla spiaggia, all'interno di un campo per sfollati nella Striscia di Gaza centrale. Qui vive oggi Ahmed Abu Amsha, insegnante di musica costretto a spostarsi più di quindici volte dall'inizio della guerra, assieme alla moglie e ai suoi cinque figli, tutti cantanti o musicisti. La tenda è diventata contemporaneamente la sua casa e la sua aula.«Mentre cercavamo di sfuggire alla morte, non pensavo affatto alla musica», racconta. «Poi, dopo sette mesi, ho preso in mano la chitarra per la prima volta dall'inizio della guerra. Appena ho iniziato a suonare, i bambini si sono radunati intorno a me. Per qualche minuto ho dimenticato tutto quello che stavamo vivendo. Allora mi sono detto: perché non permettere anche a tutti questi bambini di provare la stessa sensazione, almeno per un momento?».«Adesso la musica è una forma di terapia», spiega. «Sì, i bambini imparano a suonare, ma la cosa più importante è che la musica li aiuta ad affrontare ciò che stanno vivendo». Nella stessa aula improvvisata in riva al mare siede Lara, un'adolescente che frequenta le lezioni da alcuni mesi. «Il violino è delicato e sensibile, ma quando lo suono ha una voce potente. Mi assomiglia: a volte sono tranquilla, altre volte provo emozioni molto intense. La musica mi permette di esprimere tutto questo».Poco distante Saqr, un ragazzo di dodici anni che frequenta la scuola nella tenda da circa due mesi, dice di esserci venuto «per liberarsi della noia e dimenticare la guerra». Desidera semplicemente «divertirsi un po'... sentirsi un po' libero». Ha imparato a suonare il nay, il tradizionale flauto mediorientale, e la lezione quotidiana è diventata il suo modo di parlare con il padre, bloccato fuori da Gaza. Ogni volta che torna dalla tenda lo chiama e gli suona quanto ha appena imparato.Attraverso queste piccole storie cambia il significato stesso della parola "conservatorio". Non è più un edificio a più piani nel cuore di una città affollata, ma una rete mobile di relazioni.Offre momenti in cui possono essere qualcosa di diverso dalle vittime e conservare una piccola parte dell'infanzia e della bellezza in un luogo dove quasi tutto il resto sta scomparendo.«Non perdo mai la speranza», conclude Ahmed. «Sappiamo che arriverà il giorno in cui ricostruiremo Gaza... ma fino a quel momento, finché saremo ancora capaci di cantare, significherà che siamo ancora vivi».
Suoni liberi nel conservatorio rinato in tenda a Gaza
L’istituzione musicale distrutta dalle bombe è stata riaperta da Ahmed Abu Amsha davanti al mare: con i ragazzi ricreiamo bellezza e speranza








