Prima una chitarra. Poi un violino, un flauto, voci che cantano all’unisono. Attorno le macerie e il rumore dei droni. È qui, ad al-Mawasi, che ha ricominciato a funzionare la sezione di Gaza del Conservatorio nazionale di musica Edward Said. Non più nelle aule e nelle sale, ma in tre tende piantate sulla sabbia.
A raccontarlo è il Guardian, in un reportage che segue insegnanti e studenti nel tentativo di rimettere insieme ciò che resta di una delle istituzioni culturali più importanti della Striscia. Oggi gran parte degli strumenti è andata perduta. Distrutti anche gli archivi, gli spartiti, l'auditorium. Prima della guerra il conservatorio disponeva di pianoforti, depositi pieni di strumenti e una struttura capace di formare musicisti che sarebbero poi partiti per esibirsi fuori dai confini. “La musica, prima del conflitto, era soprattutto intrattenimento e crescita personale. Ora è diventata uno strumento importante di sollievo psicologico”, spiega al quotidiano britannico Ahmed Abu Amsha, musicista e insegnante del conservatorio.
A Gaza la normalità non è tornata. Una parte enorme della popolazione vive da sfollata. In questo contesto, ricominciare a insegnare il pentagramma potrebbe sembrare marginale, ma per i bambini e gli adolescenti che hanno vissuto bombardamenti, lutti e continui spostamenti, il conservatorio offre uno spazio in cui il tempo torna ad avere una misura diversa. La lezione comincia e finisce. Un brano si prova, si sbaglia, si ripete. Esiste di nuovo una piccola struttura, un ordine minimo delle cose, una forma di tregua.







