Antonio Perrotta è morto dopo essere stato brutalmente pestato nella notte tra l’8 e il 9 agosto a Sangineto. Lavorava come addetto alla sicurezza in un locale frequentato da centinaia di giovani. Aveva poco più di trent’anni, una compagna, un figlio piccolo e una vita che non avrebbe dovuto finire in una notte d’estate. Sulla dinamica dell’aggressione, sul luogo esatto in cui è avvenuta e sulle responsabilità individuali stanno indagando la Procura di Paola e le forze dell’ordine. È giusto, quindi, non anticipare conclusioni e non trasformare sospetti in sentenze, ma la prudenza giudiziaria non può diventare silenzio civile.
La “malamovida” è un comodo eufemismo
Antonio non è morto per la “malamovida”. Questa parola, ripetuta ormai automaticamente dopo ogni rissa, ogni aggressione e ogni notte di violenza, rischia di essere un comodo eufemismo. La movida è musica, incontro, divertimento. Un pestaggio che provoca la morte di una persona è un’altra cosa. È violenza criminale, qualunque ne siano stati il movente e il contesto e soprattutto non arriva dal nulla.
Nell’agosto del 2018, a Diamante, Francesco Augieri, ventitré anni, morì per una coltellata ricevuta durante una rissa scoppiata nei pressi di un locale. Nell’estate del 2022, in una discoteca dell’Alto Tirreno cosentino, una lite degenerò in un’aggressione a colpi di bottiglia, calci e pugni. Nell’agosto del 2023, sempre a Sangineto, due ragazzi furono assaliti all’uscita di una discoteca: uno di loro venne colpito anche con un cric alla testa.











