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La sera del 27 giugno 1980 all’aeroporto di Palermo si aspetta un aereo proveniente da Bologna. I parenti sono in attesa, l’aereo dovrebbe atterrare poco dopo le 21. Ma non arriva. Alle 22 si alzano in volo gli elicotteri del soccorso ma è ormai buio, non riescono a individuare nulla. I primi resti dell’aereo saranno trovati in mare la mattina dopo. I primi corpi, qualche giorno dopo. A bordo c’erano 81 persone: quattro membri dell’equipaggio e 77 passeggeri. Nessuno sopravvisse.

Questa è la storia raccontata da Stefano Nazzi nella puntata di agosto del podcast Altre Indagini. E c’è una ragione se la puntata non si intitola “disastro di Ustica”, ma “strage di Ustica”. La ragione è che, anche se non si è mai arrivati a una verità giudiziaria, c’è una verità storica ormai accertata: la caduta dell’aereo – un DC-9 della compagnia aerea Itavia – non fu causata dal cedimento strutturale come si disse inizialmente, né da un errore del pilota. Nei cieli italiani quella sera ci fu un’intensa attività di aerei militari non italiani: uno scenario di guerra, forse una vera battaglia aerea. E le 81 persone che erano a bordo del DC-9 ne furono vittime collaterali.

La caduta dell’aereo di Itavia segnò l’inizio di una storia lunga, complessa, piena di segreti, cose non dette, non ricordo, menzogne: un “muro di gomma” da parte dei vertici dell’aeronautica militare italiana. È forse la storia che più racconta l’Italia degli anni Settanta e Ottanta, tra Guerra fredda e accordi internazionali segreti. In quella vicenda ebbero un ruolo le basi militari americane e le esercitazioni sopra il Mediterraneo, la Libia governata da Muammar Gheddafi, i servizi segreti italiani e gli interessi commerciali di diversi Stati.