Chissà che cosa penserebbe Tolkien dell’imprevedibile eterogenesi del “Signore degli Anelli”. Lui che studiava i classici e insegnava lingua e letteratura a Oxford preso a pretesto, fonte d’ispirazione dei tecnocrati più agguerriti. Lui cattolico tradizionalista (con un figlio prete), così tanto ostile al Concilio Vaticano II da continuare a pronunciare le risposte rituali in latino, citato da un Papa che in quel Concilio vede «la stella polare» del cammino della Chiesa. Lui uscito invalido dalla battaglia della Somme e che aveva scritto la sua opera nel pieno dell’ascesa nazista, tirato in mezzo, nell’eterna battaglia tra il bene e il male: più da questa che dall’altra parte.

Il libro di Tolkien è un totem per tutti quei tecno-capitalisti (da Peter Thiel a Sam Altman) che nelle sue pagine hanno voluto trovare un universo morale di riferimento, accomunati dall’idea che le democrazie siano sistemi inefficienti e loro, invece, depositari della lotta al male in nome di una conoscenza da difendere con intelligenza artificiale e algoritmi predittivi. Senza vincoli né materiali né morali.

Il “Signore degli Anelli”, però, viene citato anche da papa Leone XIV nella sua prima enciclica, “Magnifica humanitas”, in cui individua un rischio esistenziale proprio in quelle spinte transumaniste che innervano l’intelligenza artificiale. Il pontefice al paragrafo 213 sceglie una frase di Gandalf, lo stregone bianco: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo…». Leone XIV chiede di riflettere sui possibili pericoli di uno sviluppo incontrollato, invita a sottrarre l’intelligenza artificiale ai monopoli, renderla discutibile, contestabile. «Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale», avverte.