«No, non me lo dica. È una notizia che non avrei mai voluto ricevere». Sara Simeoni, 73 anni, ex campionessa del salto in alto, icona dell’atletica leggera degli Anni ’70 e ’80, trattiene la commozione alla notizia della morte dell’olimpionico. «Livio era il mio maestro, un maestro intelligente».
Ci racconti il suo Berruti.«Ogni tanto ci si sentiva. È sempre stato speciale. Al di là della sua figura, un pilastro dell’atletica italiana, era una persona eccezionale. Ho gareggiato per la Sisport di Torino negli Anni ’80, quando lui era dirigente. Quindi ho avuto modo di incontrarlo spesso. Ci siamo conosciuti prima delle mie vittorie e del record del mondo. Lui c’è sempre stato nella mia vita. Era importante. Ottimista, fine umorista e molto gentile. Lo era con chiunque, con quel suo modo di fare sempre disponibile, allegro, positivo. Era un entusiasta della vita e trasmetteva energia a tutti. Me compresa. Di lui mi vengono in mente solo i pregi, infiniti. E poi aveva la battuta sempre pronta, era fortissimo. Ridevo tanto». C’è mai stato un altro come lui?«Non lo voglio paragonare a nessuno. Livio era unico».
Un aneddoto curioso?«Il 4 agosto 1978 ero a Brescia per un gara. Al mattino ero andata a restituire un’auto che la Fiat mi aveva dato in prestito. Faceva caldo. Mi sono stancata, avevo la pressione bassa e sono svenuta. Erano tutti preoccupati perché al pomeriggio avrei dovuto gareggiare. Insomma, panico. Arriva Livio e calma tutti. E risolve la situazione. Come? Mi offre un bicchiere di bonarda per risollevarmi il morale e mi dice “dai, beviamoci un goccio prima della gara”». E lei ha bevuto il vino?«Sì! Ho pensato “tanto, peggio di così non può essere”. Ho bevuto un sorso e al pomeriggio ho stabilito il record mondiale dell’alto a 2,01 ed è stata anche un’occasione per riderci su. Il nostro rapporto non è mai stato distaccato, anche se c’erano un po’ di anni di differenza e lui era il dirigente della società per la quale ero tesserata. Ma sembravamo coetanei». Ricordi torinesi?«Quando ero in città andavamo sempre a mangiare insieme al ristorante da “Urbani”, allora era un punto di incontro. Lui mi seguiva in ogni gara. Per me era una presenza fondamentale, abbiamo trascorso tanti momenti belli e festeggiato tutti i miei risultati». Cosa ha rappresentato Berruti per l’atletica italiana?«Aver raggiunto il suo risultato principale, la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma nel 1960, l’ha consacrato in un momento molto importante per il Paese. È stato un riferimento per il nostro movimento. Ha battuto gli americani. Penso che il fatto di ricordarlo, di avere presente le sue imprese e di sentire parlare di personaggi come Livio, aiuti tutti i giovani che oggi sono impegnati agli Europei». Raccontava spesso del suo trionfo ai Giochi?«Non più di tanto, non parlavamo di sport. Nella vita c’è anche altro, non si viveva di ricordi. Parlavamo del presente, la sua mente era sempre più avanti di tutti». Andrà al funerale?«Non posso. Da un anno abbiamo problemi di salute, mio marito ed io, siamo a casa. Non posso muovermi. Sono vicina alla famiglia, alla moglie e alla figlia». Che cosa prova?«Tanta tristezza. Perdo un amico carissimo. Una di quelle persone sempre presenti nella mia vita, anche se non ci si frequentava più così spesso. Il suo ricordo è vivo e lo resterà per sempre».










