«L’Aquila custodisce la memoria senza trasformarla in un museo. Qui il tempo della ferita continua a dialogare con quello della creazione». Così Ai Weiwei sintetizza, nel dialogo con L’Espresso, il rapporto con una città che, diciassette anni dopo il terremoto del 6 aprile 2009, ha scelto di affidare all’arte e alla cultura una parte decisiva del proprio racconto (sono 17 i milioni di euro investiti dal Comune dal capoluogo abruzzese). Un linguaggio capace di misurarsi con la perdita, la ricostruzione e la responsabilità del futuro. Una dichiarazione, quella del più celebre artista cinese vivente, che accompagna la sua grande retrospettiva intitolata “Aftershock”, curata da Tim Marlow nella sede abruzzese del MaXXI, dove circa 70 opere ripercorrono fino al 6 settembre oltre 40 anni di ricerca. Dalle esperienze newyorkesi alle installazioni più recenti dedicate ai conflitti e alle catastrofi contemporanee. Non sorprende che Ai Weiwei abbia riconosciuto proprio nell’Aquila una familiarità con la propria ricerca. Le sue opere raccontano terremoti, crolli, ricostruzioni e responsabilità collettive e tra le sale di Palazzo Ardinghelli, magnifico edificio settecentesco restituito alla città dopo il sisma e affacciato sulla Chiesa di Santa Maria Paganica in ricostruzione, l’installazione “Straight”. Nata dal terremoto del Sichuan del 2008, dialoga idealmente con la tragedia che colpì L’Aquila nel 2009. Due terremoti, due continenti e la stessa domanda: che cosa resta quando la terra smette di tremare?Risponderà sicuramente a suo modo l’artista contemporaneo più noto al mondo, Maurizio Cattelan, che dal 26 settembre porterà proprio al MaXXi d’Abruzzo l’attesa mostra “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila”, da lui curata con Marta Papini e dedicata proprio al grande maestro che tra il 1979 e il 1999 insegnò all’Accademia di Belle Arti cittadina formando una generazione di artisti e intellettuali, tra cui Lea Contestabile, protagonista della mostra “Con le mani sporche di terra ti ho baciata”, appena inaugurata a Palazzo Benedetti. Nel frattempo, abbiamo incontrato Liu Bolin, l’artista e fotografo che il mondo conosce come “l’uomo invisibile” che ha presentato le performance “Oltre il visibile” alla Basilica di Collemaggio, a Rocca Calascio e nel Parco Nazionale d’Abruzzo, destinate a confluire a ottobre nella mostra che gli sarà dedicata a Palazzo Margherita, sede della municipalità locale, altro imperdibile appuntamento in questa città sospesa, Capitale italiana della Cultura 2026. Chi vi arriva incontrerà gru, restauri e palazzi in attesa dell’ultimo intervento, una ricostruzione attiva che procede insieme alla grande volontà di rinascita che ha da sempre caratterizzato gli aquilani. Quasi ogni mese riapre un portone rimasto chiuso per anni e ogni stagione riconsegna una chiesa, un cortile, un palazzo o un teatro. Ha già riaperto il Teatro San Filippo (che ospita il festival CostellAzioni) e a breve toccherà al Teatro Comunale, tanto amato da Gigi Proietti - che qui mosse i primi passi della sua carriera, arrivando anche a dirigerlo - ma anche da Milva, dai De Filippo, da Mariangela Melato, Carmelo Bene, Vittorio Gassman e tantissimi altri. Passeggiare lungo il corso Vittorio Emanuele e il corso Federico II significa attraversare secoli diversi nello spazio di poche centinaia di metri. Dai vicoli medievali alle architetture razionaliste e alle nuove facciate, ogni strada conduce verso una piazza e ogni piazza custodisce una memoria. Su tutte c’è Piazza Duomo con la Chiesa delle Anime Sante (dove sono ricordate le 309 vittime del sisma) sulla cui facciata c’è stata la proiezione di Inside “Out/The People’s Art Project”, il nuovo lavoro grazie al quale l’artista francese JR, guidato da ArtsFor, dopo l’installazione sul Pont Neuf a Parigi ha raccolto oltre duemila ritratti di abitanti dell’Aquila, trasformando la piazza in una gigantesca opera collettiva e luminosa. Le piazze qui sono 99, come le chiese e le cannelle che raccontano ancora oggi il mito fondativo della città che non celebra soltanto sé stessa, perché il programma culturale coinvolge anche i piccoli comuni e le aree interne. Il progetto “Dimore Culturali” riapre progressivamente tredici palazzi nobiliari e spazi monumentali recuperati dopo il terremoto, luoghi rimasti silenziosi per anni che tornano a ospitare visitatori, mostre, incontri e nuove strutture ricettive. Il contemporaneo dialoga continuamente anche con il Rinascimento e con la grande pittura italiana anche al MuNDA con “La Visitazione all’Aquila. Raffaello e Pontorno” curata da Tom Henry e Federica Zalabra, direttrice di quel museo dove è esposto il celebre capolavoro del maestro urbinate custodito al Prado di Madrid, «un ritorno, seppur temporaneo (fino al 27 settembre, ndr) della pala realizzata da Raffaello per la cappella Branconio di San Silvestro, un’occasione straordinaria per riaffermare il legame profondo tra la città, la sua memoria e i grandi protagonisti del Rinascimento», precisa il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi, che punta sulla cultura per il rilancio della città e dei territori circostanti. Sempre al Museo Nazionale d’Abruzzo, all’interno del Castello Cinquecentesco - poco distante dalla Fontana Luminosa e dall’Auditorium in legno colorato progettato da Renzo Piano - in una sala vicina al Mammouth ritrovato nel 1954 nella frazione Madonna della Strada, c’è l’Ecce Homo di Antonello da Messina, recentemente acquisito dallo Stato. Mentre la scalinata della Basilica di San Bernardino ospita ogni sera i diversi e molteplici appuntamenti dei Cantieri dell’Immaginario, presenza stabile dell’estate aquilana, nel Convento di San Gregorio c’è il PresepeFiore di Enrico Pulsoni, un’opera che nasce dall’idea del cammino come esperienza umana e spirituale. Alla Fondazione Giorgio De Marchis Bonanni D’Ocre, la mostra “Un mondo fluttuante tra Oriente e Occidente” di Shu Takahashi è un omaggio alla lunga amicizia che legò l’artista giapponese e Giorgio de Marchis, mentre all’Orto Botanico di Collemaggio c’è uno speciale omaggio a Joseph Beuys. A fine agosto, infine, la città tornerà a Papa Celestino V, «colui che fece per viltade il gran rifiuto», scrisse Dante nella Divina Commedia. La storia gli ha restituito nei secoli un significato ben più complesso tanto che la Perdonanza Celestiniana a lui dedicata e celebrata davanti alla Basilica di Collemaggio, è stata riconosciuta dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità.