(di Fabio Iuliano) Ai Weiwei si avvicina alle finestre della Sala Voliera di Palazzo Ardinghelli e guarda verso Santa Maria Paganica, ancora stretta dalle impalcature.
È da quel taglio aperto sulla città che la mostra a lui dedicata trova il primo punto di contatto con L'Aquila.
Dentro, i tondini d'acciaio dell'installazione 'Straight' riportano alla superficie il terremoto del Sichuan del 2008: le scuole crollate, gli studenti morti, il metallo piegato dalla scossa e poi raddrizzato a mano. Da domani, mercoledì 29 aprile, al 6 settembre il Maxxi L'Aquila ospita 'Ai Weiwei: Aftershock', allestimento curato da Tim Marlow.
Il progetto arriva nell'anno dell'Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 e attraversa cinque decenni di attività, dai lavori realizzati a New York negli anni Ottanta fino alle sculture più recenti prodotte in Ucraina nel 2025.
L'artista resta davanti a quella relazione tra interno ed esterno, tra le sale del Maxxi e le ferite ancora visibili della città. Dice di avere "un forte interesse per ciò che accade all'Aquila" e di riconoscere "lo sforzo enorme" compiuto dalle persone per ricostruire. È una storia che sente vicina, perché anche il suo lavoro passa attraverso un terremoto, quello del Sichuan, trasformato in denuncia e materia viva. "La vita è come un fiume, dobbiamo rispettarne il flusso, a partire dal passato": è il senso indicato dall'artista nel confronto con gli spazi del museo.






