L’animale è diventato simbolo (ironico) di protesta contro la censura in Cina. Ai Weiwei lo ha trasformato – insieme a catene, telecamere di sorveglianza e all’uccellino di Twitter – in un inno alla creatività popolare. Adesso affida ancora a lui e alla seta il suo messaggio di libertà
di Enrica Brocardo
“La tendenza in Occidente a separare artisti e attivisti è problematica. Perché, in realtà, ogni artista dovrebbe essere anche un attivista. Chi non lo è può venire considerato quasi ‘morto’. Un’arte priva di dimensione politica non esiste. E anche dichiarare che non è politica è, in sé, una posizione politica. Il fatto che invece possa influenzare la società è una questione più complessa: il suo scopo non è necessariamente quello”. Così Ai Weiwei, uno dei più noti artisti e attivisti della Cina contemporanea, nonché designer, architetto e documentarista: nel 2017 il suo Human Flow sulle migrazioni, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, raccontava come carestie, cambiamenti climatici, povertà e guerre costringano oltre 65 milioni di persone a lasciare la propria terra.
Un impegno per i diritti umani che lo ha portato a prendere posizione anche a favore di Julian Assange e della causa palestinese e che, nel suo Paese, gli è costato anni di persecuzioni. Figlio del poeta Ai Qing, a lungo esiliato per ragioni politiche, ha trascorso 30 anni della sua vita tra Stati Uniti, Europa e Cina. Fino all’arresto nel 2011 deciso dalle autorità di Pechino e alla confisca del passaporto durata fino al 2015, quando ha potuto nuovamente partire. Da allora, è tornato in patria solo una volta, alla fine dello scorso anno, per motivi familiari.






