Domenico Letizia

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La recente e pesante battuta d’arresto subita dal programma di arricchimento dell’uranio, a seguito delle operazioni aeree dello scorso anno, riaccende i riflettori sull’immane prezzo ecologico che il popolo iraniano paga da quarant’anni. Fin dagli anni ‘80, la teocrazia di Teheran ha investito risorse finanziarie ed energetiche sterminate per inseguire la soglia militare del nucleare, attuando un modello di sviluppo predatorio basato sul cieco sfruttamento del territorio, l’inquinamento sistematico e la progressiva distruzione delle risorse idriche, forestali e minerarie. L’Iran affronta oggi una catastrofe ambientale senza precedenti, in cui la corsa all’atomo si intreccia con il collasso ecologico di un intero Paese.

A denunciare per prima l’esistenza del programma nucleare clandestino guidato dai mullah fu la resistenza dei Mojahedin del Popolo (MEK) a inizio anni 2000. Una forza d’opposizione storicamente perseguitata da spietate fatwa e colpita da una strategia di annientamento totale, che ha pagato con il sangue la scelta di opporsi alla tirannia. La loro campagna di sensibilizzazione internazionale, condotta al fianco del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI) guidato da Maryam Rajavi, è stata determinante per spingere l’Unione europea e diversi governi a sanzionare i Pasdaran e a mostrare anche i danni ambientali generati. Mentre il futuro del regime appare sempre più incerto e la sensazione di un crollo imminente si fa forte, l’eredità ambientale degli ayatollah si rivela in tutta la sua drammaticità. Come rilevato da numerose inchieste della resistenza iraniana, dalla stampa estera e da numerosi report diffusi anche in Italia dal senatore e ambasciatore Giulio Terzi, l’Iran si trova in una condizione di vera e propria “bancarotta idrica”. La gestione dell’acqua è stata trasformata in uno strumento di potere e militarizzata a beneficio dei Pasdaran e dei loro conglomerati industriali, come il braccio costruttivo Khatam al-Anbiya.