Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiL’apparente dilemma della telenovela Schlein-Conte è: prima il programma o prima il leader del Campo largo? Si potrebbe essere tentati di metterci il cuore in pace, in attesa che ci facciano sapere. Solo che discutono del nostro futuro, perché si candidano a governare il Paese in un periodo di turbolenza internazionale. Quando la Meloni divenne capo del governo, la Russia aveva invaso da pochi mesi l’Ucraina, ma tutti si aspettavano, per cinismo o per rassegnazione, che Putin avrebbe liquidato la pratica in breve: un fantoccio qualsiasi a Kiev, l’Ucraina trasformata in una Bielorussia molto più grande. L’Ucraina ha resistito, mentre la posta in gioco si è fatta più chiara: l’Europa è in grado di porsi come “quarto Impero” tra Usa, Cina e Russia o le è destinato il futuro di un carciofo, sfogliato dal primo che passa?

Così l’UE si trova oggi sul confine, dove gli Ucraini combattono e muoiono per sé e per noi. Conte si è messo a trumpeggiare: se divento Capo del governo, in quattro e quattr’otto convinco Putin a firmare la pace. Il primo passo di questa strategia è non dare armi a Kiev. A quel punto, l’Ucraina si arrende e la resa viene chiamata pace. Due idee di fondo ispirano questa strategia: la Resistenza ucraina è un attacco alla pace. La seconda idea, condivisa con il sovranismo di Salvini e Vannacci: «Che importa a noi del resto del mondo?». Pare ormai cancellata nel PD della Schlein ogni traccia dell’antica concezione leninista, staliniana e togliattiana della politica interna quale variante dipendente della politica estera.