Pavia. La parola incanta, seduce, come le sirene. E attraverso le parole di scrittori, poeti e musicisti Enzo De Caro porta in scena, questa sera (9 agosto, ore 21.30) al Broletto di Pavia, Un’Odissea infinita. Uno spettacolo che Alessandra Pizzi, autrice e regista, ha già proposto nei teatri italiani durante la scorsa stagione ma che ora torna di prepotente attualità, sulla scia del successo del film di Christopher Nolan. Sul palco del Broletto De Caro sarà accompagnato nelle letture da due musicisti, Riccardo Cimino e Thierry Valentini. De Caro, tra le pagine che sfoglierà ce ne sarà anche una di Guccini. L’occasione per un omaggio? «Questo spettacolo è volutamente un’Odissea senza Odissea. Ma il resoconto di come artisti e scrittori ne hanno parlato. Ognuno ha la sua Odissea, ognuno ha il suo Ulisse con il desiderio di tornare a casa e riscoprire se stessi. Quello di Guccini, nel brano Odysseus, non è un marinaio ma un contadino delle montagne, un anticonformista, spinto a viaggiare non per brama di conquista ma per un’insopprimibile sete di conoscenza». E poi Lucio Dalla, Kafka, Pascoli e Montale, Caparezza e Borges. «È bellissimo il monologo in cui Kafka immagina che le sirene non cantino, che restino in silenzio. E Ulisse ascolta quel silenzio come la cosa più incantatrice perché raccoglie tutte le parole. È un silenzio di guarigione, di comprensione e mistero. Un’ipotesi affascinante che conferma l’importanza di tornare ai classici, destinati a restare contemporanei di ogni epoca. Odissea è il capostipite di tutti i classici, il racconto dei racconti». Si potrebbe prestare anche a una fiction televisiva? «La scrittura di Omero è la prima grande fiction della storia, l’Odissea è tutto un flashback, il racconto di un sopravvissuto che narra le sue avventure e racconta di averle raccontate. La grande letteratura ha sempre dovuto confrontarsi con questo sistema di scrittura, di invenzione, di racconto. L’Odissea è stata per lungo tempo solo cantata, con l’invenzione della scrittura Omero o chi per lui, l’ha trascritta. Per comodità ci piace pensare a un solo autore ma i cantori potrebbero essere stati diversi, come per i Vangeli». Ha visto il film di Nolan? «Si, l’ho trovato un ottimo lavoro, personale, con un suo punto di vista. Comunque sempre geniale. Ci mostra come questa grande guerra sia stata vinta con l’astuzia. Finisce l’età del bronzo, sono parole sue, del confronto leale, non è il più forte a prevalere ma il più furbo. Un cambio epocale nella storia, letto poi in un’epoca di grandi conflitti come quella in cui siamo immersi». Tornerà prima in tv o a teatro? «Riprendo con la prossima stagione L’avaro immaginario, uno spettacolo che porto in giro già da qualche anno». Il teatro è stato il primo amore, sbocciato nella Napoli anni Settanta con Massimo Troisi e Lello Arena. «La Napoli degli anni Settanta era speciale, un crogiolo di idee e ingegni di giovani cittadini. Pensiamo ad esempio a Pino Daniele per la musica, una città mille culure. Era complessa, con buio profondo, degrado ma anche radici solide e la voglia di imprimere un segno di discontinuità rispetto al suo passato».