Un parco gremito di pubblico venerdì per don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, intervenuto al Santuario della Rocca per la rassegna "Voci dal Parco". Occasione per parlare con lui di detenzione, libertà e di Uno Bianca.

Era già stato a Cento? "No, da qui mi porterò a casa altri sguardi. Quando sento "Cento", il collegamento che faccio è col Carnevale, poi con Lamborghini, e infine con Castel Maggiore, il paese del mio amico Alex Zanardi".

Come vi eravate conosciuti? "Nel 2005, a un meeting organizzato dalla polizia. Ero arrivato con un po’ di pregiudizi, essendo stato per tanti anni ciclista, ma quando lo sentii parlare nacque un’amicizia durata 22 anni, sempre in sordina, perché la prima cosa che lui mi disse fu: ’Possiamo fare del bene, lo facciamo, però che nessuno ne sappia mai niente’. Mi ha seguito anche nella mia avventura in carcere. Mi ha insegnato che non bisogna piangere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, ma chiedersi se si ha sete".

Nel suo percorso, ha incrociato Papa Francesco: quale il suo messaggio che applica all’interno del carcere? "Da lui ho capito cos’è la misericordia. I programmi televisivi e i libri sono sono solo una piccola percentuale di un rapporto paragonabile a quello di un nipote con un nonno. Siamo convinti che basti la legge e un carcere pieno per rendere sicura una città: non è così. La legge arriva fino a un certo punto, poi fallisce ed è lì che l’amore riesce certe volte a fare la differenza: per un detenuto che l’ha combinata grossa e che si aspetta un pugno, la carezza è la maniera più inaspettata e pungente di fare giustizia, oltre ad aiutarli a porsi delle domande".