Pubblicato il: 08/08/2026 – 17:20

di Ennio Stamile

Il disastro di Marcinelle, avvenuto settant’anni orsono, l’8 agosto 1956, nella miniera Bois du Cazier in Belgio, che provocò la morte di 262 minatori, tra cui 136 emigrati italiani, rappresenta una delle pagine più dolorose della storia dell’emigrazione e del lavoro. Quell’evento ha profondamente segnato la memoria collettiva, portando l’Italia a istituire l’8 agosto come giornata ufficiale in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro. Nel secondo dopoguerra, l’Italia affrontava una grave crisi economica con alti tassi di disoccupazione. Il 23 giugno 1946, il governo italiano firmò un protocollo d’intesa con il Belgio: l’Italia si impegnava a inviare 50.000 lavoratori nelle miniere belghe in cambio di forniture di carbone a prezzo agevolato. Possiamo tradurla così: uomini in cambio di carbone. Manifesti rosa vennero affissi in tutta la penisola per presentare gli aspetti allettanti e i salari della vita in Belgio.

La realtà che accolse i migranti italiani fu invece durissima, fatta di baracche ex-militari come alloggi e turni logoranti in condizioni di totale insicurezza. I numeri ufficiali dei flussi migratori non riescono a raccontare appieno il costo umano di quel patto istituzionale. La durezza di quegli anni emerge nitida nei ricordi di chi ha vissuto quell’epoca. Quando ero ragazzo, nel mio piccolo paese di San Giacomo di Cerzeto, l’emigrazione anche verso il Belgio era una realtà tangibile. Ricordo ancora lo sguardo di quanti facevano ritorno in paese per le vacanze o perle feste di Natale e Pasqua: nei loro occhi e sui loro volti non c’era l’entusiasmo della ricchezza, ma i segni evidenti di una profonda tristezza e di una fatica disumana, impressi da una terra straniera che chiedeva tutto in cambio del pane. La mattina dell’8 agosto 1956, alle ore 8:10, a quasi 1.000 metri di profondità si consumò l’imprevisto fatale.