Don Luigi Sturzo amava ripetere che, anche dalla tomba, avrebbe continuato a far sentire la sua voce. Oggi, 67 anni dopo, al Casale del Fondo Sturzo, dimora estiva in Caltagirone della famiglia del sacerdote, sarà celebrato l’anniversario della morte dello statista siciliano.
Sturzo fu e rimane un profeta, che amministrò, perdette e ricominciò; e che dopo 22 anni di esilio tornò dicendo che «non si può avere fiducia passiva nella Provvidenza, né mai bisogna perdere il contatto con gli ideali».La vera rivoluzione, ogni vera rivoluzione che cambia i destini di un popolo, è spirituale. «Per noi, la prima, vera, unica rivoluzione fu quella del Cristianesimo», scriveva; e «non esiste vera rivoluzione se non basata sui due princìpi di carità e di giustizia». Non è pietismo: è diagnosi profonda e spietata, che legge ancora il nostro tempo. Dove si spegne la coscienza, nessuna riforma regge. Don Sturzo lo verificò in Sicilia, indicando nella mafia una malattia morale prima che economica: giudizio che gli costò caro e che i decenni hanno confermato, riga per riga.
Il Sacerdote di Caltagirone si formò all’ombra di Leone XIII, il Papa che in pochi anni diede alla Chiesa la prima “Enciclica sociale”, dedicata al lavoro (la Rerum Novarum,1891) e poi la prima “Enciclica spirituale”, dedicata allo Spirito Santo (la Divinum Illud Munus, 1897). Questione operaia e vita interiore nella medesima stagione: di lì una laicità mai timida e mai clericale, capace di stare in Parlamento senza smettere di stare in ginocchio. San Giovanni Paolo II, nel 1981, visitando la Sicilia, riconobbe a Sturzo di avere infuso nei siciliani e nei cattolici italiani il senso del diritto-dovere di partecipare alla vita pubblica: non un passatempo per volenterosi o per perditempo, né per idealisti disincarnati.







