Ad agosto la politica rallenta. La sanità no. Gli italiani continuano ad aspettare una visita, cercare un medico di famiglia che non c’è, affollare i pronto soccorso e, quando possono, pagare di tasca propria ciò che il pubblico non riesce a garantire in tempi adeguati. Ovvero, a settembre il Governo ritroverà lo stesso Servizio sanitario nazionale (SSN), ma con meno tempo per decidere se rilanciarlo o accompagnarne il declino. Sul tavolo ci saranno la Legge di Bilancio e la scadenza di tre ambiziose leggi delega con vincoli di invarianza finanziaria che ne limitano fortemente l’attuazione: farmaceutica, professioni sanitarie e riorganizzazione del SSN. Sulla carta, abbastanza per rivoluzionare la sanità, nei fatti con il rischio di un eccesso di norme che non migliora la garanzia dei diritti. I soldi che non bastano Si partirà, inevitabilmente, dai soldi. Per il 2027 ci sarà qualche miliardo aggiuntivo, anche se il Ministro Schillaci ne ha chiesti almeno 5 per personale, prevenzione, salute mentale, farmaci e dispositivi. Ma fermarsi alla cifra finale sarebbe miope. La vera domanda è che cosa si vuole ottenere con quelle risorse. Perché distribuire un po’ di denaro a tutti è politicamente comodo, ma dimostra l’assenza di visione. Tra rinnovi contrattuali, aumento dei costi, innovazione e crescita della domanda, anche svariati miliardi aggiuntivi possono essere assorbiti senza generare alcun beneficio per i cittadini. Servono assunzioni La priorità assoluta è indubbiamente il personale, in particolare la difficoltà crescente deI SSN ad attrarre e trattenere i professionisti sanitari. Medici e infermieri non lasciano il pubblico solo per lo stipendio. Pesano turni, carichi di lavoro, aggressioni, limitate prospettive di carriera e organizzazioni che chiedono molto restituendo poco. Servono assunzioni e retribuzioni migliori, ma anche condizioni di lavoro diverse, incentivi per pronto soccorso e aree disagiate e una programmazione adeguata dei fabbisogni. Altrimenti continueremo ad aumentare i posti nei corsi universitari e a bandire concorsi per poi stupirci se aule e graduatorie restano vuote. La legge delega sulle professioni sanitarie può valorizzare competenze, formazione e ruoli, ma con la clausola di invarianza finanziaria rischia di diventare l’ennesimo contenitore di buone intenzioni. La tecnologia Poi ci sono farmaci e tecnologie. Riordinare norme stratificate da anni è utile, ma non basta cambiare l’indice delle leggi. Restano accesso ai nuovi medicinali, prezzi, rimborsi, tetti di spesa, payback, carenze e differenze regionali. Soprattutto, bisogna smettere di confondere la novità con l’innovazione: un farmaco o una tecnologia valgono per i risultati di salute che producono, non per la data di lancio sul mercato. Anche sui dispositivi medici servono valutazione, programmazione e controllo degli esiti, non solo tetti e ripiani retroattivi. Intanto le liste d’attesa restano la cartina al tornasole con cui il cittadino verifica se il SSN esiste davvero. I dati Agenas mostrano lievi miglioramenti, ma la quotidianità racconta un Paese nel quale chi può pagare salta la fila, chi non può aspetta o rinuncia. Il nuovo Piano nazionale prevede agende integrate, trasparenza e percorsi di tutela. Bene. Ma vedere meglio la coda non significa accorciarla. Servono personale, apparecchiature utilizzate di più, orari più ampi, appropriatezza prescrittiva e un privato accreditato realmente dentro la programmazione pubblica. E i percorsi di tutela devono funzionare: se il SSN non garantisce una prestazione nei tempi, non può lasciare il cittadino a cercarsi da solo una soluzione. Il pnrr che non basta Lo stesso vale per Case e Ospedali di Comunità. Il PNRR ha finanziato edifici e attrezzature, ma non può garantire che dentro ci siano professionisti, servizi e presa in carico. Al di là della rendicontazione amministrativa, il vero esame inizierà quando bisognerà pagare ogni anno medici, infermieri e attività con la spesa corrente. E senza un rapporto chiaro con la medicina generale, il rischio è avere nuove strutture con vecchi problemi. Che sistema sanitario vogliamo? Infine, rimane sempre aperta per la politica la domanda più rilevante, che va oltre la campagna elettorale e le prossime consultazioni politiche. Quale SSN vogliamo consegnare alle generazioni future? Quanto ospedale e quanto territorio? Quali responsabilità per Stato e Regioni? Quali standard garantire a tutti e ovunque? E poi prevenzione, salute mentale, cure palliative e non autosufficienza: riusciranno ad essere priorità adeguatamente finanziate? Ecco perché a settembre non servirà un’altra stagione di annunci. Serviranno scelte, risorse e responsabilità chiare. Perché è certo che il SSN non morirà con una legge che ne decreterà la fine. Continuerà formalmente a vivere nelle norme, ma garantirà ogni giorno sempre meno diritti. Ovvero, rischiamo di consegnare alle generazioni future un SSN che rimane equo e universalistico nei princìpi, ma sempre più causa di diseguaglianze e iniquità di accesso.
Sanità, a settembre la resa dei conti per il governo: personale, liste d’attesa e risorse al bivio
Dalla manovra alle tre leggi delega, il Governo è chiamato a decidere il futuro del Servizio sanitario. Schillaci chiede almeno 5 miliardi, mentre crescono le …






