Le alte temperature rinfocolano la polemica fra catastrofisti e negazionisti climatici. Esplodono le proteste contro il caro prezzi sulle spiagge e le tariffe aeree dovute alla guerra contro l’Iran. Vi si aggiunge la casistica sempre più numerosa di vittime, come quelle del maxi incidente sulla via delle Marmore e gli italiani sul velivolo leggero precipitato in Perù durante l’approccio a Machu Picchu.
Dispiace tantissimo, ma è un effetto collaterale dell’imprudenza. Non basta più dichiarare una meta fascinosa di vacanze, bensì una distanza agli antipodi. Riviera romagnola, viareggina o salentina? Macché. Vietnam, Laos, Terra del Fuoco o le Linee di Nazca, i misteriosi disegni di Macchu Picchu, appunto, che da decenni attendono interpretazione e per i quali si ventila un modo delle popolazione indigene di comunicare con gli extraterrestri.
Si conferma l’ennesimo aforisma profetico di Ennio Flaiano: «Ci sono molti modi di arrivare, il migliore è di non partire». E già che la sua natia Pescara, dilatata e nel contempo ingolfata dal consueto paradosso dello sviluppo, ha una rete viaria poco agevole, che non regge il traffico dei residenti, figurarsi quello accresciuto dal turismo.
Prima di Flaiano, Edmond Haracourt ammoniva: «Partire è un po’ morire».







