Attenzione (a meno che non siate in ferie) il Pd con gli alleati ha riesumato la memoria del presidente Oscar Luigi Scalfaro quando il nome di questo capo di Stato è stato evocato nel dibattito parlamentare dal capogruppo di Fdi Galeazzo Bignami: «Ma certo! Scalfaro! Santo subito! L’Oscar, il vero Oscar al presidente che disse, pensate, io non ci sto».Direte, fa caldo lasciamo stare. Ricorderete certamente il presidente Oscar Luigi Scalfaro: un uomo molto detestato di nessuna nota qualità umana o extraterrestre, che da esponente della destra cattolica più arcigna, da ex magistrato che se non ricordiamo male firmò una esecuzione capitale, ma più che altro da arcinemico col sangue agli occhi di Francesco Cossiga (suo predecessore) pronunciò con violenza battendo il pugno sul tavolo varie frasi del tutto insignificanti come «Vergogna». Personalmente lo trovavo indigesto, scortese fece una scenata in un locale per redarguire la scollatura di una sbalordita signora verbalmente violento, era stato anche un anticomunistada guerra fredda e vestiva di filo spinato. Aveva al suo fianco sempre la figlia unica Marianna Scalfaro. Erano tempi arroventati di guerra civile mentale a causa di Tangentopoli, e anche sua la figlia fu tirata in ballo in modo indebito. Lui, il presidente, si sentì in dovere di inviare un messaggio alla nazione a reti unificate in cui negava con sdegno di aver precipito fondi neri del Sisde (il servizio segreto interno) per dirottarli in imprese edilizie. Quel «non ci sto» diventò molto popolare e onestamente anche oggi a distanza di anni è difficile capirne il senso profondo: io non ci sto, a che? A un gioco al massacro? Era il 3 novembre del 1993 e parlò di un tentativo (di chi? Come?) di delegittimare e colpire le istituzioni repubblicane in un momento di crisi profonda, e cioè lo scandalo di Tangentopoli. Allora piacque a tutti coloro che militavano nel partito anti-Cossiga, il presidente che aveva minacciato di far intervenire i carabinieri in tenuta antisommossa nel palazzo dei Marescialli di piazza Indipendenza a Roma nella sua qualità di presidente del Consiglio superiore della magistratura. Ea Scalfaro non era andata giù sicché parlavano malissimo l’uno dell’altro.Adesso il Pd, avvicinandosi l’epoca dell’elezione del successore di Sergio Mattarella, ed essendo stato ricordato in modo del tutto occasionale il nome di questo ex abitante del Quirinale, ecco che il Pd coglie la palla al balzo per fare capire che apprezzerebbe una figura del genere di Scalfaro. Non si fanno mai nomi in queste circostanze, bisognerebbe rompersi la testa o semplicemente aprire gli occhi per capire. Ma il punto è il Pd non Scalfaro. Il Pd, come faceva suo nonno, il Pci, tende a rivalutare a distanza gli antichi nemici morti come è accaduto con Aldo Moro e in buona parte con Bettino Craxi e altri. In questo senso esiste una continuità: gioca sia sulla rissa, che sulla politica. Nella rissa può fare sfracelli, ma per la politica sta ai fantasmi del passato.