di
Toni Ricciardi*
Perché una Repubblica fondata sull’emigrazione deve smettere di trattare l’immigrazione come un’anomalia da cui difendersi
L’8 agosto ricorrono settant’anni dal disastro del Bois du Cazier di Marcinelle: 262 morti, 136 italiani, il rogo che in poche ore trasformò l’ottimismo del boom in lutto nazionale. Non è un’inezia da manuale, è la data fondativa di un patto rimosso: quello tra la giovane Repubblica e i suoi emigranti, che proprio nel 1946 – anno del referendum, dell’Assemblea Costituente e dell’accordo italo-belga del 23 giugno sullo scambio uomini-carbone – trovò la sua prima, scomoda, verità.
L’Italia non esportò emigrazione perché povera e disoccupata: fece dell’emigrazione un pilastro del suo progetto politico, economico e internazionale. Cinquantamila lavoratori, duemila a settimana come recitava l’intesa, scesero nelle viscere del Belgio mentre a Roma si scriveva l’articolo 35 della Costituzione, quello che promuove «gli accordi internazionali» a tutela del lavoro e sancisce «la libertà di emigrazione».










