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Se c'è una sfida che mette alla prova le capacità di un manager è riportare a nuova vita aziende in crisi. Gli anglosassoni lo chiamano turnaround, ossia ristrutturazione o risanamento. Prendere società zavorrate da troppo debito o con costi gestionali che superano i ricavi o, ancora, con flussi di cassa in rosso e riportarle in salute non è compito facile.
Luigi Lovaglio – Mps
Tra i grandi risanatori un posto di rilievo tocca a un banchiere. Lovaglio è il protagonista di quell'araba fenice che è Mps: risorta e ora di nuovo nell'empireo delle banche più redditizie e solide dopo un decennio di agonia.
Classe 1955 e una carriera quarantennale nel sistema bancario, Lovaglio non è nuovo a imprese di questo tipo. In Unicredit ha guidato lo sviluppo delle banche del gruppo in Est Europa, in particolare la polacca Pekao, divenuta prima della cessione un fiore all'occhiello di Unicredit. Ha anche ricondotto in porti sicuri il malandato Credito Valtellinese, ma il capolavoro l'ha fatto proprio con Mps. Lovaglio sale sulla tolda di comando nel febbraio 2022, con la banca reduce da un decennio in cui l'acquisizione di Antonveneta e una gestione disinvolta del credito l'avevano portata sulla soglia del baratro, gravata da perdite cumulate per oltre 23 miliardi. Negli anni si ricorre a ripetute ricapitalizzazioni per più di 7,5 miliardi per coprire i fabbisogni di capitale creati dall'opera di pulizia dalla zavorra dei crediti malati. Il primo utile per 300 milioni è di fine 2021, ma la banca naviga ancora in acque perigliose. Il cost/income è del 70%, il roe è solo del 5% e i crediti malati sono ancora elevati. La banca fa 2,9 miliardi di ricavi. Quattro anni dopo Mps arriva a fare oltre 4 miliardi di ricavi con un utile operativo di 1,9 miliardi, un cost/income sceso al 46% e un roe da record al 22%. E con i crediti malati tornati quasi in linea col sistema.






